The Weakly Hobbyt #87

The Weakly Hobbyt #87

Siamo sempre noi, a raccontarvi a cosa giochiamo, cosa leggiamo, cosa guardiamo, a prescindere che a voi interessi… ma con le lucine natalizie (e le lanterne giapponesi, in questo caso), ed introduzioni sempre più corte! Buona (invernale) lettura!

Ne ferisce più la spada che…

(A cura di Wise Yuri)

muramasa

Oggi ci andiamo ad infilare in una nicchia del videogioco, per la precisione quella di titoli come Odin Sphere e Muramasa: The Demon Blade, sviluppati dalla Vanillaware e perfetti esempi di un genere che sopravvive solo grazie al supporto di piccole nicchie di giocatori hardcore e/o nostalgici, ovvero quello dei sidescroller 2D, nello specifico quelli che spopolavano nell’epoca NES e SNES, come Ninja Gaiden, in cui affrontavate orde di nemici, saltando di piattaforma in piattaforma, e dopo molte fatiche giungevate al mastodontico e cattivissimo boss di fine livello. E questo sono i titoli Vanillaware, versioni moderne dei vecchi sidescroller, ma allo stesso tempo old school nel midollo, nell’anima. Farei volentieri un confronto tra Odin Sphere e Muramasa, ma del primo mi ricordo poco (giocato tempo fa, mai finito), a parte un sistema di combattimento un pò troppo spartano, una sublime veste grafica, e la possibilità di piantare semi e far crescere piante con le anime dei nemici sconfitti. Per cui vi parlo di Muramasa, che ho avuto modo di giocare e finire qualche settimana fa. 😀

NOTA: Giocato alla difficoltà più alta disponibile fin da subito, quindi il mio giudizio si basa su questa esperienza, e non so cosa cambia ai livelli di difficoltà inferiore. Giusto per la cronaca.

Piattaforma: Wii

Genere: Action/GDR

Giocatori: 1

Sviluppatore: Vanillaware

Controllers supportati: Wiimote+ Nunchuck, Gamecube controller, Classic Controller

Tradotto in italiano:

La premessa di Muramasa: The Demon Blade…. o meglio, le premesse di Muramasa: The Demon Blade sono due, visto che potete vivere le storie di due personaggi, Momohime, una principessa il cui corpo viene posseduto per sbaglio dallo spirito dell’efferato spadaccino Jinkuro, e Kisuke, un ninja amnesico accusato di tradimento ed in cerca di risposte. Le due storie si svolgono allo stesso tempo, ma parallele l’una all’altra, ed unite da un elemento: le titolari spade demoniache, create dal leggendario fabbro Muramasa, oggetti contesi da più fazioni in un periodo turbolento per il Giappone, colmo di lotte intestine (il gioco è ambientato nel giappone mediovale, il periodo Edo mi pare)… e colmo anche di mostri e creature del folklore nipponico: kappa, volpi che si trasformano in uomini (od in questo caso, in donne in kimono con la ottava e le orecchie da volpe), oni, spiriti rancorosi, etc.

Muramasa ha un cuore old school, ma alla formula classica aggiunge elementi rpg che arricchiscono un gameplay altrimenti molto semplice e diretto. Ogni storia é divisa in più capitoli, il cui obiettivo é viaggiare attraverso le regioni del giappone, per giungere al boss di fine capitolo che va sconfitto per avanzare nella storia. Volendo potete anche esplorare la mappa per scoprire segreti ed ottenere oggetti rari, ma conviene lasciare l’esplorazione al post game, vi spiego subito perché. La mappa di gioco presenta diverse barriere colorate che vi impediscono di passare, e per distruggerle avete bisogno della spada demoniaca del colore corrispondente (barriera blu->spada blu), e queste spade “colorate” si ottengono sconfiggendo i boss. Ciò (unito al fatto che a storia finita potete teletrasportarvi tra i punti di salvataggio) rende consigliabile cazzeggiare poco, almeno la prima volta che giocate.

muramasa battle screen

L’idea base è molto semplice: andare da un punto A ad punto B sulla mappa. Ma ovviamente c’è anche un gameplay, sennò Muramasa era interattivo quanto un DVD. XD La progressione tra le schermate di cui è composto il gioco è interrotta dal vero punto forte del gioco, i combattimenti, che come nei gdr di molto tempo fa accadono a random mentre vi muovete sulla mappa. Il sistema di combattimento è tradizionale, con un attacco normale, la difesa, qualche combo ed attacco speciale (tra cui l’utile e fighissimo scatto ninja in aria, che ferisce i nemici) , e l’abilità speciale della spada che state usando, ma è fluido, frenetico, spettacolare e adrenalinico come pochi (e vi fa usare tutte le mosse a vostra disposizione). Se avete un Classic Controller per Wii (od un controller Gamecube), consiglio di usarlo, la configurazione normale Wiimote e Nunchuck va più che bene, ma con il Classic Controller vi troverete molto meglio.

Momohime e Kisuke possono equipaggiare fino a 3 spade ed un accessorio (con i classici effetti come “immunità al veleno”, “forza +1”, etc.), e le spade stesse si differenziano per statistiche, abilità, effetto e tipologia. Le statistiche indicano solamente che il personaggio deve avere almeno quelle statistiche di forza e vitalità (cioè attacco e punti vita) per usare la spada, le tipologie di spade sono due, corte (più deboli ma veloci ed utili per combo rapide) e lunghe (potenti ma lente ed utili per combo aree sostenute), mentre le abilità sono… gli attacchi speciali della spada, e ve ne sono parecchi, dal mulinello con la spada a sfere che fanno da cuscinetto per gli attacchi, da montanti di energia a piogge di raggi dal cielo. Gli effetti…. beh, sono effetti extra della spada, come un bonus di punti esperienza, di soldi guadagnati a fine battaglia, etc.

Per ottenere le spade (oltre a quelle ottenute dai boss), dovrete forgiarle, ed il gioco ha una sezione a parte solo per questo, con una specie di “albero delle spade” per ogni personaggio, con diverse ramificazioni che indicano l’ordine in cui possono (o vanno) forgiate alcune spade: per esempio alcune spade per essere create richiedono che prima ne forgiate altre, o richiedono una spada “taglia barriere”, mentre altre richiedono che forgiate una spada con l’altro personaggio (se state giocando alla storia di Kisuke, dovete forgiare una spada con Momohime, e viceversa). La cosa bella è che potete vedere che tipo di abilità avranno tutte le spade, e sebbene alcune abilità abbiano un nome che indicano chiaramente la mossa speciale (tipo “mulinello”), molte hanno nomi giapponesi o strani, il che vi fa venir voglia di provare e vedere cosa fa quell’abilità, o quell’altra, o quell’altra ancora. Vi stimola la curiosità in maniera simile ad alcuni vecchi giochi, cosa che non capita spesso.

muramasa cooking fish

Un’altro elemento del gameplay è il cucinare: come in Odin Sphere, potete utilizzare degli ingredienti comprati dai mercanti per preparare del cibo, o mangiare direttamente nei vari ristoranti sparsi per la regione. Ci sono diverse ricette da ottenere o comprare (cosa che apprezzo sempre nei giochi, specialmente quelli di ruolo), ed oltre a ripristinare un tot. di punti vita, alcuni cibi possono dare effetti extra, come l’incontrare meno nemici durante l’esplorazione, ottenere più soldi, una maggior difesa, ed inoltre mangiare dà punti spirito, che servono a forgiare le spade, quindi mangiare ricopre un ruolo importante nel gioco. Però niente abbuffate, in quanto dopo aver mangiato la vostra barra di sazietà si riempirà, e fino a che non si sarà svuotata non potrete mangiare altro. Nel complesso, questi elementi si uniscono assieme in maniera equilibrata, evitando che il giocatore abusi del sistema di gioco (magari utilizzando spade potenti prima del previsto), e stimolandolo a continuare per poter espandere l’armamentario, le possibilità di combinare gli effetti delle spade (103 in totale) in combattimento, ed per godersi le ottime boss battle (a parte un paio di eccezioni).

A livello tecnico il gioco presenta un 2D da salivazione, con grafica disegnata a mano nello stesso stile di Odin Sphere (stranamente non hanno usato un simil sumi-e come in Okami) , ed una direzione artistica semplicemente meravigliosa (classica e volendo stereotipata del giappone medievale, ma fatta da dio), che fa sembrare il tutto un quadro interattivo. Vari e caratteristici gli scenari, tra castelli e pagode, foreste costellate da toori (quelle porte di legno rosse), montagne nevose, città colme di ristoranti e gente che si intrattiene con sakè, etc.Ottimo anche il character design, l’unico neo a questo riguardo è un pizzico di fanservice (e volendo essere pignoli un pò di riciclo dei bellissimi sfondi), ma ci può passare sopra. Se usassi un sistema di giudizio con i decimali, la grafica (ed l’aspetto tecnico in generale), Muramasa si beccherebbe un 10/10 pieno, giusto per dire. La colonna sonora è decisamente in tono con lo stile e ben fatta, ma quando pensiate che le tracce sia un pò stereotipate, con i classici suoni dei tamburi taiko e così via, ecco che il gioco introduce dei remix quasi in salsa elettronica di motivetti tipici, quelli che vi aspettate da un gioco ambientato nel giappone dei samurai, dei demoni, degli alberi di ciliegio, etc.

I difetti principali sono una certa ripetitività di fondo, ed in parte la difficoltà: ogni capitolo richiede torniate parecchio sui vostri passi, per raggiungere il boss, ed in mezzo, a parte i combattimenti casuali e lo shopping nei negozi/ristoranti, c’è ben poco da fare, e quindi i livelli sono in pratica delle grosse antecamere (che vi richiedono di zigzagare sulla mappa per tornare in regioni già visitate, non sempre, ma spesso) alla battaglia con il boss. A questo riguardo, una maggior enfasi sul platforming sarebbe stata gradita, visto che (a parte alcune eccezioni) potete attraversare tranquillamente le ambientazioni senza pericolo fino a che non incontrate nemici. O magari qualche mini-gioco, magari una specie di bisca in cui giocarsi i soldi ai dadi per aumentarvi il portafoglio, qualcosa del genere. Le differenze tra le due storie (a parte la narrazione e la storia in sè, ovvio) sono meno del previsto, ma ci sono: a parte che i due personaggi iniziano il loro viaggio dalle parte opposte della mappa (e fanno il percorso inverso, pressapoco), Kisuke e Momohime hanno diversi set di spade (e relative abilità), boss differenti e qualche nemico diverso. Il sistema di controllo,combattimento, forgiatura e cucina rimangono identici, e purtroppo il senso di deja-vu sarà forte facendo la seconda storia (potete iniziare a piacimento una delle due, btw), visto che la mappa rimane invariata.

muramasa river

Il discorso “difficoltà”: Muramasa offre due modalità di gioco, una per giocatori non esperti (Muso), e l’altra per gli esperti (Shura). E fin qui, tutto chiaro. XD Il problema è che i due tipi di modalità sono agli antipodi, una è quella “facile”, l’altra quella “difficile”, e non c’è una via di mezzo. Va anche detto che però se giocate a questo genere di videogames, cercate della sfida, e quindi ci avreste fatto poco con la difficoltà normale (figuriamoci con quella facile), ma avere la scelta sarebbe stata una cosa gradità. Per i più masochisti c’è anche la difficoltà Shigurui, sbloccabile finendo il gioco, in cui i nemici sono ancora più assatanati e voi avete solo 1 punto vita, il che vuol dire un solo colpo e siete morti. Ma ad eccezione di questa modalità eccessiva, il gioco fortunatamente riprende l’anima old school ma non riprende vecchie scelte di design barbone, il che vuol dire punti di salvataggio, nessun numero di vite e game over, non siete forzati a rifarvi intere mappe in caso di morte, ed in generale non dovete lottare contro pessime scelte di design che rendono il gioco difficile in maniera artificiale. Ed è così che dovrebbe essere, la difficoltà del gioco non deve dipendere da un sistema di controllo o di checkpoint deficitario (cioè orrido e rotto), nè da scelte di design che appartengono agli anni ’80 e là dovrebbero restare. La longevità si attesta sulle 15 ore circa se volete finire le due storie senza stare ad esplorare la mappa od a cazzeggiare, ma ci sono dei finali extra, covi di nemici da trovare e superare, e la collezione di spade, quindi se volete completarlo vi prenderà un bel pò di tempo.

Nel complesso, Muramasa è un ibrido ben riuscito tra un sidescroller hack n slash vecchia scuola ed un gdr, divertente e con sistema di combattimento che vi fa sentire un vero ninja, una storia ispirata al folklore e alla storia nipponica interessante, ma che soffre di una certa ripetitività di fondo (dovuta anche alla ricerca di uno stile fin troppo old school), e un gameplay capace sì di dare soddisfazioni, ma che non fa per tutti, quindi non me la sento di consigliare questo gioco a prescindere, ma se siete appassionati di retrogaming (o vi è piaciuto Odin Sphere), vi consiglio di almeno provare Muramasa, potreste (come me) rimanere affascinati dal bellissimo stile grafico e dai forsennati e stilistici combattimenti, e riuscire a passare sopra al senso di deja-vu nello zigzagare fin troppo per il giappone.

O potreste aspettare il porting per PS Vita di Muramasa, previsto per marzo del prossimo anno, che avrà tutto il contenuto della versione Wii, più 4 nuovi scenari e personaggi…. sotto forma di DLC. Lasciando da parte il discorso DLC (a sto punto potevano mettere il contenuto extra direttamente nel gioco, visto che ormai il porting è in lavorazione da un pò), devo dire che la scelta di fare il porting su una console che sta vendendo malissimo pure in patria mi sembra un pò suicida, considerato poi quanto di nicchia è il gioco e che la Vanillaware è una piccola software house, mica la Capcom, ma in tutta onestà non mi dispiacerebbe rigiocarmelo su PS Vita (quando, in un futuro relativamente lontano, la comprerò). Ad ogni modo, fa piacere vedere che questo genere non è morto, e qualcuno ha il coraggio di proporre giochi come Odin Sphere e Muramasa, non è che la generazione attuale di videogame faccia schifo, ma avere scelta è bello. Alla prossima, nel frattempo state silenziosi e letali! 🙂

Spec Ops: The Line

(A cura di Alteridan)

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Il bene e il male sono due concetti radicati nella cultura dell’umanità, spesso però è difficile riconoscere cosa è effettivamente bene e cosa è effettivamente male. Ciò che per noi può essere giusto per altri può essere sbagliato, e viceversa. Ma ci sono comportamenti che sono in assoluto sbagliati e c’è una sottile linea che nessun uomo dovrebbe mai superare.

Spec of War: The Gears

The Line è l’ultimo gioco della serie Spec Ops nata nel lontano 1998 e poi vissuta per gli anni a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio, concatenando titoli di buona fattura e titoli disastrosi fino al 2002 quando il franchise fu accantonato.

Il 2012 vede quindi la rinascita della serie con questo The Line, un third person shooter che prende tutto ciò che si può prendere dal titolo che ha innovato e rinnovato il genere, sto parlando di Gears of War, ma non aggiunge null’altro. Questa nuova incarnazione di Spec Ops presenta quindi tutti gli elementi classici del genere, a partire dal sistema di coperture passando per l’opportunità di dare ordini basilari ai compagni, senza però stravolgere la formula vincente del gioco Epic Games.

Ne risulta un gioco tutto sommato discreto in cui è facile morire se non si sfruttano a dovere le coperture offerte dai livelli. Questi livelli sono dei corridoi più o meno ampi, spesso divisi in compartimenti stagni da superare eliminando tutti i nemici presenti nella zona.

A volte sarà necessario utilizzare delle funi per passare da un edificio all'altro.

A volte sarà necessario utilizzare delle funi per passare da un edificio all’altro.

Nel corso dell’avventura non saremo da soli, il gioco ci metterà nei panni del comandante Walker, l’avatar del giocatore, e dei suoi due sottoposti Adams e Lugo. Durante le sparatorie sarà possibile dare ordini ai nostri compagni d’armi, ordini basilari come lanciare una granata o eliminare un cecchino su una posizione rialzata, aggiungendo una minima componente tattica al gioco. C’è da dire che tale possibilità è totalmente opzionale e molto spesso non si sente la necessità di dare ordini ad Adams e Lugo, i due sono perfettamente in grado di badare a loro stessi grazie anche ad una buona intelligenza artificiale.

Gentlemen, welcome to Dubai”

Se dal punto di vista del gameplay Spec Ops non spicca per originalità, questo non si può dire per il setting e per la trama.

Una serie di tempeste di sabbia molto violente si sono abbattute sulla città saudita di Dubai facendo sì che le autorità del luogo ne decretassero l’evacuazione. Durante il ritorno da un’operazione in Afghanistan, però, il 33° battaglione dell’esercito degli Stati Uniti d’America rimane bloccato da una di queste tempeste di sabbia e di loro non si hanno più notizie. Gli USA decidono quindi di inviare a Dubai una squadra della Delta Force, comandata da Walker, in missione di ricognizione.

Quella bandiera rovesciata a destra non sembra promettere nulla di buono...

Quella bandiera rovesciata a destra non sembra promettere nulla di buono…

Così ha inizio la nostra avventura nella città ormai in rovina, tormentata dalle calamità naturali e apparentemente disabitata.

Ci vorrà poco per scoprire che in realtà la città è tutt’altro che deserta e nella sabbiosa Dubai nulla è come sembra.

The horror!”

Spec Ops The Line prende ispirazione da un famoso romanzo di inizio Novecento: Cuore di Tenebra dello scrittore inglese Joseph Conrad. Non solo, si ispira anche al celebre film di Francis Ford Coppola Apocalypse Now, a sua volta rivisitazione del romanzo di Conrad.

Come i protagonisti delle opere citate, anche il comandante Walker dovrà far fronte agli orrori che scoprirà durante la ricerca dei sopravvissuti del 33° e del suo capitano John Konrad, citazione all’autore del romanzo.

L’enfasi è quindi spostata sul comandante e sul rapporto che avrà con i suoi due compagni d’armi, i quali all’inizio dell’avventura si fideranno ciecamente di Walker ma non esiteranno a contraddirlo man mano che la situazione a Dubai si farà più incandescente, e soprattutto quanto più Walker si avvicinerà alla linea che separa inequivocabilmente ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

La narrazione si avvale di immagini forti per far leva sulle emozioni del giocatore.

La narrazione si avvale di immagini forti per far leva sulle emozioni del giocatore.

Ne risulta un appassionante thriller psicologico, con personaggi caratterizzati in maniera ineccepibile, mai banali e soprattutto mai stereotipati, e con un ambientazione che si farà via via sempre più cupa.

Inferno e Paradiso

The Line è un gioco singolare: fa parte di quella categoria di giochi che non si vedono spesso, un gioco che magari non viene premiato dal mercato ma che sa mettere d’accordo quasi tutti quelli che lo giocano.

È un gioco senza difetti evidenti: graficamente è curato e, complice il fatto che non si vedono molti giochi ambientati a Dubai, stilisticamente ha un certo fascino; non vi sono bug che compromettono la giocabilità, a parte qualche piccola incertezza mentre si impartiscono ordini ai compagni (il mirino non sempre evidenzia il bersaglio che si vuole far colpire); e l’intelligenza artificiale sia nemica che alleata si attesta su livelli più che buoni.

Quindi cosa non convince? Niente in particolare, purtroppo però il gameplay non introduce nulla di nuovo al genere dei third person shooter. Si ha l’impressione che gli sviluppatori non abbiano creato il gioco in funzione del gameplay ma che questo sia stato introdotto quasi come componente accessoria.

Il fulcro di Spec Ops, nonché principale pregio, è senza ombra di dubbio la narrazione. L’accento è posto sulle implicazioni morali che certe azioni di guerra scatenano nella mente dei soldati che le compiono.

Durante i caricamenti spesso compaiono massime e aforismi.

Durante i caricamenti spesso compaiono massime e aforismi.

È un gioco che fa riflettere, che lascia l’amaro in bocca una volta portata a termine la campagna.

Se il videogioco fosse considerato una forma d’arte, e mi auguro che prima o poi venga riconosciuto come tale, Spec Ops The Line sarebbe certamente uno dei maggiori esponenti non avendo nulla da invidiare ai grandi capolavori cinematografici come il già citato Apocalypse Now.

In conclusione: The Line è un viaggio nella psiche umana e negli orrori della guerra, un viaggio vissuto in bilico sulla linea che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Una linea tracciata nelle tempestose sabbie di Dubai, ma basta una folata di vento per cancellarla.

Voto personale: 8/10

Alien vs. Predator: Requiem
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

Alien vs. Predator: Requiem

Con buona pace del franchise, mi sono visto anche questo ennesimo film in un noioso pomeriggio di Novembre. La speranza, oltre ovviamente a riuscire a passare un pò di tempo divertendosi, era quello di avere di fronte un buon secondo episodio della saga, che riuscisse a prendere le idee carine del primo film e lasciarsi alle spalle uno script scadente e i soliti clichè. Mamma che buco nell’acqua.

Il film inizia con l’astronave aliena del primo AvP che sta passando Saturno. A bordo della stessa, il Chestburster è ormai uscito dal corpo del Predator, a quanto pare però nessuno se n’è accorto. Per qualche motivo una navicella si stacca dalla nave madre e torna sulla terra. A bordo di questa ci sta qualche Predator e il Predalien, che in poco tempo uccide tutti i membri dell’equipaggio e causa la nave a schiantarsi sulla terra. Ovviamente in America.
Lì i primi a scoprire la nave sono un padre e figlio andati a caccia, che dopo aver scoperto il relitto, vogliono tornare dalle autorità ad avvertirli, ma vengono attaccati da facehugger scappati dalla nave (conservati dai predator vivi in vitro, per chissà quali scopi) e incubati. Prima che se ne rendano conto, sono “parenti” dei primi alieni a vagare liberi sul pianeta terra. Nel frattempo, sul pianeta madre dei Predator, arriva un messaggio di soccorso proprio dalla nave precipitata, e un Predator veterano si dirige in men che non si dica sulla terra. Qui, nel frattempo, ne accadono di tutti i colori; i due scomparsi vengono ovviamente ricercati nelle foreste circondanti la cittadina Gunnison, ma invano. Nel frattempo veniamo a conoscere i “protagonisti” umani della vicenda; tale Dallas, ex-prigioniero appena tornato in città e suo fratello Ricky, cotto a sua volta della giovane Jesse, e che per questo si mette nei guai con il suo ex-, Dale. Inoltre la militare Kelly torna a casa da suo marito Tim e figlia Ariel dopo diverso tempo speso in servizio per il paese.

AvP: Requiem

Dale picchia Ricky di fronte alla (futura ex-) ragazza Jesse.

In poco tempo le “misteriose” scomparse diventano di più, partendo da alcuni senza tetto nelle fognature che diventano incubatori di Alien, e alcuni poliziiotti in cerca dei corpi, che però il Predator giunto sulla terra ha fatto sparire con uno strano liquido blu, insieme a tutta l’astronave precipitata. Quando gli alieni iniziano ad girovagare liberamente per la città, la situazione si aggrava ulteriormente. Il predator segue alcuni alieni nella vicina centrale elettrica e la lotta che ne segue, oltre ad uccidere alcuni alieni e umani, ha come consequenza la distruzione della centrale elettrica stessa.
Gunnison rimane quindi senza energia durante la notte e la pellicola da ombrosa diventa proprio oscura. Ricky e Jesse si incontrano nella piscina di notte, ma quando arriva Dale per picchiare Ricky, un alieno li attacca ed uccide i due lacchè di Dale. Gli altri tre corrono da Dallas, che con lo Sceriffo della città si dirigono verso il negozio di armi locale. Nel frattempo viene anche attaccata casa di Kelly, e mentre lei e la figlia fuggono, il marito/papà Tim viene brutalmente lasciato indietro a morire.
I gruppi si incontrano nel negozio di armi dopo diverso peregrinare, e lì vengono attaccati da alcuni Alieni, ma salvati dal Predator che arriva giusto in tempo dopo l’uccisione di Dale. Lo sceriffo chiama i militari, ma questi vengono brutalmente e brevemente uccidi da qualche alieno, e quando richiede l’evacuazione, un colonnello Militare gli dice di ammassare tutti i cittadini al centro della città. Kelly e Dallas però non credono a questo piano di evacuazione e decidono di dirigersi verso l’ospedale per fuggire dalla città da lì (portandosi dietro Ariel, Ricky e Jesse). Lo sceriffo invece si fida del militare e raduna la città al centro di Gunnison, fornendo loro le armi dell’armeria e costruendo barricate.

AvP: Requiem

Il Predalien mette in cinta donne in cinta dei propri pargoletti!

Nel frattempo il Predalien è giunto all’ospedale e “incuba” per via orale alcune donne con i suoi alieni, oltre ad usare neonati per creare altri Alieni ancora. Il Predator lo raggiunge lì all’incirca quando vi arriva il gruppo di Dalla se Kelly, e durante la lotta, Jesse viene uccisa. Ricky vuole vendicarla ma finisce ferito a sua volta mentre al Predator si rompe l’arma, la ricompone in una, ma gli viene tolta di mano dal Predalien. Dallas la raccoglie e trasportando Ricky raggiunge il tetto con Kelly ed Ariel. Lì, il Predalien ed il Predator inziano la loro mortale lotta, mentre Dallas raggiunge l’elicottero e il gruppo parte. Nel frattempo è già arrivato su Gunnison un aereo che invece di evacuare la città, lancia una bomba nucleare al centro della stessa. Il Predalien e Predator in lotta, insieme a tutti gli abitanti della città, vengono investiti in pieno dall’esplosione e muoiono e anche l’elicottero precipita. A bordo però tutti sopravvivono e vengono salvati dal militare, questa volta per davvero.
A fine film, il colonnello Militare capo dell’operazione consegna l’arma del Predator, presa a Dallas, ad una certa Ms. Yutani…

Sarò breve. Probabilmente gli unici momenti che valgono la pena essere visti nel film sono gli ultimi dieci/quindici minuti. Il resto del film…bah, non si vede bene di suo comunque. La pellicola ha il gravissimo difetto che è fin troppo scura. L’illuminazione è pessima, e gran parte del tempo la mia TV (che per quanto sia solo un 22 pollici, come qualità dell’immagine non mi ha MAI deluso) era semplicemente nera, come se fosse spenta. Posso con tranquillità dire che se avessi “ascoltato” il film ad occhi chiusi, avrei quasi “visto” le stesse cose. Troppe scene sono troppo buie, e la musica accentua spesso cose che lo spettatore non riesce manco a riconoscere su schermo.

AvP: Requiem

L’unica parte degna di vedere del film è la lotta finale tra il Predator ed il Predalien!

Tolto questo, lo script è ridicolo. I dialoghi sono inutili o telefonati, i personaggi stereotipati male, la trama prevedibile, e gli effetti speciali, quando si vedono, inferiori a quelli di Alien vs. Predator. In particolare i personaggi sembrano non mostrare un minimo di emozione; Ricky vede morire davanti ai propri occhi Jesse e non fa che caricare il Predalien, Kelly vede morire Tim e non piange una lacrime, nè prova a tornare indietro ed aiutarlo, tutti sembrano venire colpiti da un’apatia totale, eccetto forse Dallas, che fa davvero di tutto pur di svignarsela vivo dalla città con Ricky. Le diverse parti della trama poi sono telefonate: alieni precipitano, facehugger fuggono, colpiscono prima i senzatetto nelle fognature, poi la città, la centrale elettrica e l’ospedale, sa tanto di trama di Resident Evil, a cui ho dovuto pensare più di una volta durante la stesura della recensione. L’unica idea niente male, che però deriva in gran parte dal film precedente e viene semplicemente trasportata in questo, è quella del Predalien, un ibrido tra Alien e Predator. E’ un nemico assolutamente terrificante e incredibilmente forte, considerando anche che riesce a mettere in difficoltà un predator veterano e quasi ad ucciderlo alla fine. Nonostante la sua distinta caratterizzazione fisica, però, non c’è molta differenza come “poteri” con un normale alieno. L’unica cosa che davvero lo separa dagli altri alien visti fino ad ora è la sua totale mancanza di etica; durante la scena dell’ospedale mette incinta dei suoi alieni bebè appena nati e anche una donna in cinta. Se volevano far odiare il personaggio, ci sono riusciti in pieno; dopo quella scena infatti ogni “fascino” che poteva provocare lo aveva perso e l’ho semplicemente considerato incredibilmente antipatico.
Per il resto, come già detto, trama prevedibile e su schermo tutto è fin troppo scuro e non si vede nulla.
Da dimenticare.

Voto Personale: 3/10

è tutto, siore, siori e alieni, per questo primo numero di dicembre del Weakly… che di dicembre ha ben poco, a settimana prossima!

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