I videogiochi, l’arte e il futuro inquieto

Breve introduzione per questo articolo, che marca il primo avventurarsi di Checkpoint Cafè nel mondo delle collaborazioni tra blog (e sperabilmente non l’ultimo). L’articolo che leggerete qui di seguito è stato scritto da Marco, curatore del sito Gioco Indie e attivo anche in altri reami internettiani come Indie Vault e Arcademia. Senza perderci ulteriormente in chiacchiere, vi lascio al suo pensiero, che sarei lieto di vedere commentato! =)

Prima di iniziare a sviluppare l’argomento partiamo con le presentazioni. Mi chiamo Marco e ho il piacere di collaborare, seppur una tantum, con questa pagina. Come lavoro scrivo di videogame, soprattutto di giochi indie. Cosa significa tutto ciò? Per dirla in parole povere mi occupo di tutti quei titoli che vengono sviluppati da piccoli team di programmatori e game designer che, alle loro spalle, non hanno una grande compagnia videoludica. Perchè scegliere un argomento del genere? Forse perchè l’idea che qualcuno possa sviluppare delle applicazioni o giochi in maniera più artistica e con meno interesse di lucro mi affascina non poco. Ecco perchè da qualche tempo a questa parte mi interessa, e spero di coinvolgere più persone con il mio entusiasmo, il lato artistico di una crezione piuttosto che il suo aspetto monetario. Non è detto che titoli sotto finanziati o generati con l’impiego di pochi euro non possano competere con le grandi produzioni mainstream. La mia idea dunque è collaborare con Checkpoint Café a titolo completamente gratuito mosso dalla passione per l’argomento e, perchè no, trovare in questo fantastico sito nuovi amici o gente appassionata con cui scambiare delle idee.
Per iniziare a capire dove andremo a finire nel mondo dei videogiochi è necessario porsi una domanda: Chi ama i videogame conosce l’eterno paradosso che divide il popolo dei gamer? I videogiochi devono essere delle killer application capaci di assorbirci o devono essere qualcosa di diverso? Oggi questa dicotomia è ancor più marcata rispetto a qualche anno fa. Perchè? Sfatiamo prima un mito. Molti ancora oggi pensano che gli indie games siano solo giochi flash tipo questi. La realtá è ben diversa. Si tratta di progetti e idee complesse che lottano per trovare uno spazio e, nove volte su dieci, vengono lavorate e prodotte da piccoli team di sviluppo. Questi videogiochi indipendenti spesso traghettano una filosofia, un concetto, un immaginario che i titoli mainstream non possono offrire. Vi citeremo alcuni esempi. Prendiamo GTA. In GTA potete fregarvene delle missioni ed esplorare la città. Guidare, rapinare, fare i bravi senza un fine preciso. Ma che sensazioni provate? Il tutto è simulativo e, il motore grafico, esaspera a tutti i costi la connotazione di vicinanaza alla realtá. Prendiamo invece Proteus. Cosa possiamo fare in un indie game così? Nulla. Girare, esplorare il paesaggio. Combinare fra loro musiche e sedersi ad ascoltarle diventa l’esperienza di gioco. Dunque cosa è l’esperienza? Qui arriviamo al punto. I giochi classici promuovono l’esperienza come qualcosa da vivere a livello intenso e reale. Da qualche tempo gli indie game promuovono un’esperienza che va in tutt’altra direzione. Verso l’allontanamento dalla realtá cercando di farci dimenticare chi siamo e il mondo in cui viviamo. Un altro caso è Bientot L’Ete o Kairo. Perchè sta avvenendo tutto questo? Perchè i game designer iniziano a poter programmare con più facilità grazie a Unity & Co. e quindi possono sviluppare idee di non gioco completamente distinte e distanti dalle classiche strutture di gameplay. L’arte e l’architettura di un codice iniziano a mischiarsi e viaggiano in direzione di un futuro inquieto in cui, ogni singola storia, anche la più personale, potrá essere raccontata dai nuovi artisti dell’interazione. L’ipotesi dunque che da qualche mese gira nella mia testa, e qui chiedo anche a voi, è quella di un mondo dell’enterteinment che sta cambiando e poco a poco si sta facendo più umano. Cosa significa tutto questo? Significa che l’esperienza si sta facendo concreta e non si tratta solo di mondi virtuali da esplorare e vincere. Il campo videoludico si converte in un campo psicologico in cui l’oggetto in esame è la nostra mente e le nostre emozioni. In giochi come Kentucky Route Zero ad esempio questo concetto è lampante. Seppur si tratti di un’avventura grafica, il vecchio concetto di punta e clicca con la risposta A che sblocca lo scenario B sembra ormai sorpassato. Le domande e le risposte del gioco servono a suscitare emozioni nel giocatore. Faccio un esempio: un personaggio ci chiederá in più di unoccasione di pensare. Sì, pensare. Anzichè chiederci qualcosa in concreto ci chiederà di fare un’associazione tra l’azione che si svolge al momento e i nostri ricordi a livello percettivo. Chiarisco subito. Alla domande “Questa caverna cosa ti ricorda?” potremo rispondere con “la mia stanza”, “un viaggio notturno”, “un momento di tristeza”. Ai fini del gioco tutto ciò non apporterà nulla ma si che cambierà il nostro stato d’animo che domanda dopo domanda si accomoderà su un mood differente. Ora, i casi di questo genere sono in netto aumento e quello che penso, in chiusura, è che i giochi si stanno trasformando in qualcosa di più umano. Concretamente è qualcosa di difficile da spiegare. Volendo essere pratici possiamo dire che il gioco in sé sta perdendo il do ut des classico rappresentato dalla catena di azioni logicamente connesse fra di loro. Prevedo uno scenario invece dove la meccanica, intesa come qualcosa di strutturato architettonicamente, cederá il posto alla casualità. Questa casualità a sua volte dipenderà da noi. Sarà generata dalle nostre sensazioni e umori. In conclusione: i giochi sembrano anticipare una chiave mediatica che possono impersonare solo loro. La TV, la radio, i libri permettono un interazione binaria e uno scambio del messaggio diretto senza possibilità di replica. Fino ad oggi i videogame offrivano una comunicazione diretta con possibilità di scelta multipla: un bivio, un personaggio piuttosto che un altro, un finale diverso. Adesso magari di personaggi, finali e scenari abbiamo meno offerta con i giochi indipendenti ma quello che è un dato di fatto, è che alla fine del gioco resteremo con molte domande pendenti. Questi interrogativi però non saranno delimitati al perimetro del videogame ma inizieranno a interessare il nostro modo di essere.

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Una Risposta to “I videogiochi, l’arte e il futuro inquieto”

  1. qarion Says:

    Immagino che siano due correnti di pensiero destinate a separarsi parecchio nei prossimi anni, quella del gioco “realistico” (necessariamente prodotto dai big) e quello più astratto e ragionato (magari indipendente proprio perché necessariamente legato alle idee e esperienze di uno i pochi autori piuttosto che di grandi team).
    Sono d’accordo con Marco nel preferire il secondo gruppo e nello sperare che si muova in direzione di una sempre migliore comprensione del concetto di gameplay e delle sue proprie, uniche applicazioni; ma allo stesso tempo sono felice che il mezzo si presti anche a interpretazioni diverse, per certi versi opposte e, spesso, ugualmente significative.
    Magari è proprio questa vastità a dare valore al videogioco e avvicinarlo allo statuto di arte.


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