The Weakly Hobbyt #111

The Weakly Hobbyt #111

Secondo numero palindromo dopo la centinaia, e primo numero a tre cifre uguali, questo Weakly Hobbyt doveva contenere in origine una figata di recensione di un qualche giocone, ma per via di impegni su impegni e una mancanza di tempo sempre più acuta da parte del sottoscritto, ci troviamo di fronte ad un “solito” Weakly Hobbyt! Numero che vi giunge con un leggero ritardo anche a causa di una totale svogliatezza di scrivere o impegnare la mente, che in questa piovosa e grigia giornata di fine Maggio mi ha colto qui in Germania, resa ancora più misera dalla recente sconfitta del Borussia Dortmund in Champions League, l’unica squadra a cui ho tenuto quando tifai calcio in svervegia.

Ma basta inutili ciance, quest’oggi WiseYuri ci onora con una recensione del Grande Gatsby, recente lungometraggio con Leonardo Di Caprio, e the Starship Damrey, videogioco per Nintendo 3DS, Alteridan si aggiunge alla festa parlandoci della prima Stagione di Arrow, e infine ci sono pure io, che vi tedierò un pochino con il lungometraggio di Asterix e i Vichinghi e un pochino torno a parlare di macchine esotiche e di lusso, con Need for Speed II.
Quindi…buona lettura! =)

The Great and Wonderful Gatsby

(A cura di Wise Yuri)

the great gatsby screen

Qui potrei parlare di come il film sia stato fischiato a Cannes, della ricezione tiepida della critica verso questo film, di come pare aver poco a che fare con l’opera originale del signor F. Scott Fitzgerald, e come potete notare, lo sto facendo comunque, ma come si usa dire, non è questo il punto, questi sono dettagli, contorno. Concetto semplice, ma che non sembra essere di moda, visto la merda tirata addosso in maniera parecchio arbitraria a questo film, che manco sapevo esistesse prima di vederlo nella programmazione dei cinema. Oggi l'”imputato” in sede di recensione è appunto lui, Il Grande Gatsby, fresco dalle sale!

Come avevo accennato prima, questo è un film ispirato al libro di Fitzgerarld, e non è certamente il primo, ma non avendo nè letto l’opera originale (cosa che non disdegnerei fare) nè viste le versioni precedenti, vi posso parlare solo di quello che ho visto, del film, penso vi vada bene comunque. 🙂

Anni 20, america: proibizionismo che ottiene l’effetto opposto, Wall Street in continua crescita (prima dell’inflazione), malavita che allunga lentamente i suoi tentacoli, lo sfarzo ostentato dei ricchi e nuovi ricchi, e il misto di timore e rispetto che questi ricevono dai poveri e dalla gente di colore. In questo scenario veniamo a conoscenza di Nick Carraway (interpretato da uno stupendo Toby Mc Guire), un agente di borsa che arriva a New York coltivando il sogno di scrittore, e della figura misteriosa e contraddittoria che emerge dalla massa di uomini e donne piccoli, vigliacchi e repellenti che popolano la città, quella di un uomo chiamato Gatsby (interpretato da un superlativo Di Caprio), di cui ci viene racconta la storia via flashback.

Il film è diretto da Baz Luhrmann, famoso per Moulin Rouge, con il quale molti lo stanno comparando, ma non avendolo mai visto, non posso fare paragoni. Ad ogni modo, Il Grande Gatsby è senza riserva definibile un’orgia visiva, con visuali ricchissime ed ispirate, che mostrano opulente e sfrenate feste, e cavolo se Luhrmann ci sa fare con lo spettacolo, con il compiacere e deliziare l’occhio. Il che però può essere un arma a doppio taglio, perchè spesso i film cosi ricchi a livello di visuali sono eccessivamente infatuati con sè stessi, un pò pretenziosi e con eccessivo focus sullo stile e sui virtuosismi si perde inevitabilmente qualcosa per strada, o si cerca di mascherare una storia già vista e sentita con queste visuali.

Ed in parte questo è vero anche per il Grande Gatsby, perchè il regista ama crogiolarsi e celebrare il proprio stile (e in parte lo capisco, è uno stile indubbiamente bello, ricco e sfarzoso), e non sempre ciò fa bene al film, come per esempio la scelta di usare il personaggio di Carraway per commentare buona parte dello stesso, semplificando o spiegando questioni e stati d’animo dei personaggi che lo spettatore non avrebbe avuto molte difficoltà a comprendere (oltre al rifarsi di continuo ad alcuni simboli focali), anzi, sarebbe stato ancora meglio se si fosse detto meno, in modo che lo spettatore si faccia alcune domande ed elabori lui stesso alcuni aspetti e vicende, immedesimandosi ancora di più. Così facendo diventa tutto più simile ad una fiaba (e questo tono è accentuato dal castello di Gasby ed altri elementi simili), il che però non è necessariamente un difetto.

great gasby dance

Ma la cosa buona è che, sotto uno stile ricco, colorato e spettacolare (cosciente comunque di essere tale), il film ha decisamente qualcosa da offrirvi, che va oltre l’eye candy. Se non altro, un cast e delle recitazioni stupende a dir poco: Di Caprio ancora una volta è da continuo applauso, bravissimi anche Joel Edgerton e Carey Mulligan, ma per me la vera sorpresa è stata Tobey Maguire, non è che fosse un cattivo attore nella trilogia di Spiderman, anzi, ma avendolo visto solo come Uomo Ragno, non avevo ben presente la bravura di Maguire, che qui sfrutta benissimo il suo faccione un pò da pirla, ma riesce a variare moltissimo ed essere sempre convincente. Ed i personaggi interpretati sono davvero ben curati, interessanti, e fortunatamente non ricadono in stereotipi, o nella classico “lui è il cattivo, lui è il buono”, nessun personaggio è bidimensionale, ma reale e complesso. Come Carraway, l’eterno spettatore di contese e situazioni orribili, la terza parte, in parte sostenitore di gatsby ma sempre sul chi vive e capace di dire la sua, o lo stesso Gatsby, figura che pare essere tutto ed il contrario di tutto, un’uomo dalla tante ombre, ostinato così tanto a credere nei suoi desideri, oltre ogni difficoltà, od ostacolo, ovvio o meno che sia.

La storia di per sè non è questa grande novità, ci sono i classici elementi del genere drammatico-romantico (vi lascio immaginare il perchè di tutte le continue feste che prendono luogo nel castello di Gasby), ma l’esecuzione e l’intreccio sono davvero ottimi, e per essere un film molto drammatico, c’è tanta comicità, sempre azzeccata e mai fuori luogo, il che è decisamente un plus non da poco, considerato poi come siano forti e frantici i momenti drammatici intensi. Davvero un buon equilibrio tra queste due anime del film.

Ci sono poi alcune cose minori che meritano comunque una nota, in primis la musica: la scelta di usare mash up tra R&B e musica jazz anni ’20 è decisamente strana, non è completamente casuale perchè sono entrambi generi molto popolari (il jazz lo era in quelli anni, l’R&B lo è ora), ma risulta strano vedere questa commistione, che onestamente ho trovato fuori luogo ed un pò stupida. Voglio dire, non è molto azzeccato sentire hit da radio/club con scene di prestigiatori ed il loro cappello da barbiere anni 20. XD L’altra cosa sarebbe il 3D, perchè il film è stato girato in 3D, ma avendolo visto in “2D” posso solo dire che, come ogni benedetto film 3D che ho visto in versione “liscia”, le parti in cui viene usato il 3D si notano con una facilità impressionante. E non vedo perchè un film di questo tipo avesse bisogno del 3D, proprio non ne vedo il motivo.

the great maguire

Commento Finale: Il Grande Gatsby non racconta una storia particolarmente originale (o fa trasparire messaggi nuovi e/o profondi), ma la racconta davvero davvero bene, e delizia sì l’occhio con visuali ricchissime ed ispirate (che splendono in equal maniera con o senza 3D), ma oltre lo splendore e lo sfarzo, ci sono personaggi belli e non banali, e recitazioni stupende (specialmente da parte di Di Caprio e Maguire) che da sole riescono a reggere tutto il film, un’ambientazione anni 20 ricreata perfettamente, ed un altrettanto perfetto equilibrio tra momenti drammatici e comici. Non perfetto, un capolavoro od un’opera cinematografica che osa dire e dare di più, ma decisamente un gran film drammatico-romantico, a momenti più una fiaba per adulti, ma con stile e sostanza.

Arrow

(A cura di Alteridan)

Solitamente non guardo molte serie tv, sono poche quelle che riescono a piacermi e che non abbandono al pilot o poco dopo (vedi The Walking Dead che non riesco proprio a mandare giù). In questi ultimi mesi però ho seguito con molto interesse una serie televisiva uscita quasi in sordina ma che in poco tempo ha macinato ascolti relativamente alti, soprattutto considerando il canale su cui è stato mandato in onda.

Prodotto da The CW, joint venture tra la CBS e Warner Bros., Arrow è stata per me una piacevole sorpresa. Non so se avete presente quei meme che ogni tanto girano sui forum e sui social network, quelli “What I Watched / What I Expected / What I Got”, ebbene mi sono avvicinato a questa serie con molta diffidenza aspettandomi l’ennesimo teen drama à la Smallville e invece mi sono ritrovato con un prodotto supereroistico di buona fattura che nulla ha a che vedere con l’altalenante qualità del serial dedicato a Clark Kent.

Oliver Queen non è proprio come Clark Kent.

Arrow è una serie completamente dedicata ad uno dei supereroi DC meno conosciuti al grande pubblico: Oliver Queen alias Green Arrow (Freccia Verde in terra italica). Arrow è liberamente ispirato al fumetto originale, questo significa che pur affondando profondamente le radici nel lore ufficiale, più volte la serie si discosta dalle vicende fumettistiche a cominciare dal naufragio che sarà poi il punto di svolta nella vita del miliardario Oliver Queen.

Nella serie tv Oliver rimane bloccato su un’isola per cinque anni dopo essere naufragato con la Queen’s Gambit, lo yacht di famiglia, ed aver perso Sara Lance, la sorella della sua fidanzata Laurel, e il padre Robert in seguito al naufragio dell’imbarcazione. Dopo aver vissuto praticamente all’inferno per cinque anni, Oliver è profondamente cambiato: da miliardario viziato diventa una persona più riflessiva, ma ha anche l’occasione per allenare le sue capacità fisiche e diventare un arciere formidabile.

Ecco come ci si ritrova dopo 5 anni su di un’isola.

Tornato a Starling City, Oliver vestirà i panni di un vigilante notturno che, almeno inizialmente, non proverà alcuna pietà verso i criminali: in molti troveranno la morte dopo averlo incontrato, mettendo in allerta la polizia, nella persona del detective Quentin Lance (padre di Sara e Laurel). Da questo punto di vista la serie svolge un lavoro egregio per mettere in risalto la maturazione del personaggio, da spietato vigilante conosciuto solo come The Hood (l’Incappucciato) diventerà poi sempre più umano grazie anche alla sua spalla nonché amico John Diggle.

La serie segue comunque due archi narrativi ben distinti: in primo luogo vengono narrate le vicende con al centro Starling City, una fantomatica iniziativa (l’Undertaking) e un quadernino che Oliver trovò sul corpo del padre dopo il naufragio; le vicende contemporanee sono poi interrotte da continui flashback su ciò che accadde sull’isola cinque anni prima e che portarono gradualmente al cambio di carattere e al miglioramento delle capacità fisiche di Oliver.

Nel corso dei ventitré episodi, Oliver incontrerà numerosi personaggi dell’universo DC Comics, come ad esempio l’infallibile cecchino Floyd Lawton (alias Deadshot), Slade Wilson, Helena Bertinelli, Firefly, China White, Roy Harper e molti altri.

Deadshot è uno dei personaggi ricorrenti della serie.

Nonostante spesso si discosti dagli eventi del fumetto, la sceneggiatura di Arrow risulta ben scritta anche se alcuni dialoghi, soprattutto in situazioni amorose, non brillano per originalità. Così come in linea di massima non brillano le performance degli attori, non proprio da actor studio, eccezion fatta per John Barrowman che interpreta magistralmente Malcolm Merlyn, padre di Tommy, il miglior amico di Oliver, ed Emily Bett Rickards che interpreta l’esperta di computer Felicity Smoak. Una nota particolare meritano le ottime sequenze di azione, realizzate in maniera che le doti atletiche del protagonista risaltino alla perfezione.

Barrowman (a sinistra) è sicuramente il miglior attore del cast.

Arrow in definitiva è una serie piacevole, pur con i suoi alti (sceneggiatura, fasi di azione, trasposizione di determinati personaggi) e bassi (recitazione in primis). Chiunque cerchi una serie tv a forte impronta supereroistica potrebbe trovare in Arrow un ottimo esponente del genere, con un ritmo abbastanza serrato senza troppi episodi morti.

Inoltre, grazie agli ascolti record (considerando sempre il network), è stata confermata una seconda stagione che andrà in onda il prossimo ottobre. Non vi è quindi il rischio che le vicende restino appese.

Quindi armatevi di arco e puntate la vostra freccia verso Arrow: merita veramente tanto.

Asterix e i Vichinghi
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

Asterix e i Vichinghi

Settimana scorsa ho fatto cilecca, lo so, ma c’erano troppe altre cose nella mia agenda e yadda yadda yadda, nocciolo della questione è che non sono riuscito a finire nè questo articolo, nè un articolo su Dylan Dog 10, che invece volevo scrivere da tempo! =(

Per questo: Asterix e i Vichinghi! =)

Uno degli ultimi lungometraggi a fumetti uscito di Asterix (il film è del 2006!), questo in particolare è largamente basato sulla trama di Asterix e i Normanni, di cui vi ho parlato due settimane fa. Come nel fumetto, il figlio di Oceanonix, fratello di Abraracourcix, viene nel villaggio per diventare un vero uomo. Non ci viene di certo per propria volontà, e alla prima occasione preferisce sfoggiare le sue doti di canto e ballo, piuttosto che la sua poca voglia nel cacciare cinghiali e trasportare Menhir. Ad accompagnare Spaccossix, questo il nome di Menabotte nel film nella versione italiana (molto meglio questo nome, devo dire!) è la sua colomba portatile, Essemmessix, capace di mandare messaggi alle sue “pupe”.

Asterix ed i Vichinghi

Spaccossix si presenta in maniera raggiante e solare al villaggio dello zio!

Asterix ed Obelix sono anche qui incaricati di fare di lui un vero guerriero, entro un certo periodo di tempo.
Purtroppo per loro, arrivano in Gallia i Vichinghi. Obiettivo dei barbari del nord è quello di apprendere cosa sia una certa cosa chiamata Paura che, a detta del loro veggente, faccia venire le ali. Grandibaf prende il detto sul serio e rapisce quindi Spaccossix, come nel fumetto, per portarlo però in questa versione con sè in Scandinavia. Quello che non intuisce, è che a bordo della sua nave verso la Gallia c’è anche la figlia Abba, che convinta che Spaccossix sia un dio in grado di volare (i Vichinghi lo chiamano ‘Gran MAestro’) se ne innamora anche. IL veggente, invece, trama contro Grandibaf e spera che il figlio, avendo rapito lui Spaccossix, possa reclamare la mano della figlia del capo, Abba appunto.
In tutto questo, Asterix e Obelix con una nave carica di cinghiali, si mettono in viaggio verso la Scandinavia per riportare Spaccossix a casa. Stranamente, una volta giunti lì, il giovane celtico non sembra essere intenzionato a tornare, venendo trattato con rispetto lì e viziato come se fosse una rockstar. Per di più, inizia ad avere anche lui un debole per Abba.

Asterix ed i Vichinghi

Presto Spaccossix non si divertirà affatto più ad allenarsi con Obelix ed Asterix ogni mattina dall’alba alla sera!

Asterix ed Obelix vengono quindi, per così dire, rispediti al mittente, cosa che intristisce Obelix molto, essendo ormai affezionato al giovane nipote del capo.
La situazione cambia quando Grandibaf ne ha abbastanza di far abbuffare Spaccossix senza vedere nulla della miracolosa arte del volo, e decide di buttarlo dalle scogliere e vederlo volare davvero, per poi farsi isegnare la paura. Il veggente, temendo che il matrimonio tra il figlio ed Abba venga annullato se SPaccossix non dovesse volare, lo appende ad una corda e sfruttando la nebbia, inganna la sua tribù. Per fortuna, poco prima del matrimonio, tornano Asterix ed Obelix, scoppia una rissa e durante questa il figlio del capo rivela il tranello del padre.
A tempo di record, quindi, Asterix, Obelix, Spaccossix e Abba ritornano in gallia, con la felicità di Oceanonix che vede il figlio di ritorno dalla terra Vichinga. In seguito, Spaccossix ed Abba si sposano, e quando durante il matrimonio il bardo (qui chiamato Cacofonix) canta, i Vichinghi, come nel fumetto, finalmente sperimentano cosa sia la paura. Con tanto di identica perla di saggezza di Panoramix a fine albo…ehm… film. Inutile dire che, come al solito, al villaggio è festa grande.

Asterix ed i Vichinghi

Tra Abba e Spaccossix nasce presto del tenero…

Non so ser si nota già dal tono con cui ho descritto il film, ma per lo più ho trovato questo Asterix ed i Vichinghi largamente dimenticabile. Si, l’animazione ha fatto passi da gigante tra questo film e Asterix e i Bretoni/Asterix e la Pozione magica, ma sono anche passati una ventina abbondante di anni! L’avvento di computer e aiuti tecnologici ha reso i lungometraggi a fumetti decisamente più belli da vedere negli ultimi anni, ma non per questo anche più belli contenutisticamente.
Finchè il film si basa sulle idee presenti nel fumetto, per lo più il film è guardabile, ma appena ne introduce di proprie, in particolare tutta la storia d’amore tra Abba e Spaccossix, il film tente a perdersi. Ancora peggiore è la relazione tra il veggente e il figlio, che tra l’altro è un idiota di una categoria così infima, che non risulta credibile.
Ci sono alcune aggiunte carine, come la moglie di Grandibaf che si chiama Likea e che vuole che il marito porti nuovi mobili dalla gallia, o Essemmessix che richiama Asterix ed Obelix quando Spaccossix è nei guai, ma tutto per lo più ci troviamo di fronte a idee clichè-ate e prive di anime o sostanza.
La recitazione di per sè non è male, ma nel doppiaggio tedesco hanno cambiato quasi tutti i doppiatori e non c’è un minimo di continuità quindi coi film precedenti. Carine le immagini di fine film che scrollano durante i titoli di coda, uniche parti che mi hanno fatto genuinamente sorridere. E questo è dir tutto.

Asterix ed i Vichinghi

Per infiltrare i Vichinghi, Asterix ed Obelix ricorrono al travestimento…

Lasciate perdere questo film… Non è malevagio di suo, ma non diverte, annoia…

Voto Personale: 6/10

Hintless Space

(A cura di Wise Yuri)

the starship damrey

Dopo il successo dei titoli estratti dalla raccolta Guild 01, ecco arrivare il primo titolo di Guild 02, The Starship Damrey, già disponibile sull’eShop del Nintendo 3DS. Per chi non fosse a conoscenza di questo progetto Guild, beh, sono raccolte di titoli sviluppati in maniera indipendente da diverse personalità giapponesi del panorama videoludico, progetti diversi raccolti sotto un nome e distribuiti fuori dal giappone in formato digitale su Nintendo 3DS.

Dalle menti e dall’esperienza di Kazuya Asano e Takemaru Abiko (entrambi dietro ad una sound novel per SNES mai uscita dal giappone, The Night of the Sickle Weasel, una delle opere più famose del suo ambiente, che aiutò a creare il genere, ispirando anche il creatore della serie Zero Escape) nasce The Starship Damrey, un titolo che – come detto dagli stessi autori – cerca di evocare una certa nostalgia, un fascino retrò, ma al contempo essere qualcosa di nuovo. Come molti vecchi videogame, il titolo del duo giapponese non offre molti indizi, informazioni o spiega molte cose, ma lascia che il giocatore scopra le meccaniche – impari- da solo, in controtendenza con molti titoli moderni che spesso esagerano con tutorial e prendono il giocatore fin troppo per mano. Il gioco vi vede risvegliare in un’astronave all’apparenza deserta, e che dovrete esplorare fidandovi del vostro istinto per proseguire in questo ambiente freddo e di cui non sapete molto.

N.B. Il titolo è completamente in inglese, fortunatamente non particolarmente complesso o forbito.

Drop IN

The Starship Damrey, come accennato prima, non contiene tutorial di sorta, e vi butta direttamente nella titolare astronave, a cercare di dare una risposta ai molti interrogativi che verranno a galla, il primo perchè siete lì. Il titolo è un’avventura grafica, ma diversa da quello a cui molti pensano quando sentono il termine (cioè ai punta-e-clicca della Lucasarts e della Sierra), più reminescente di quegli antichi videogame per altrettanto antichi personal computer (le cosiddette text adventures), totalmente testuali e praticamente senza grafica (escluso, ovviamente, il testo), del tipo “ti ritrovi in una stanza poco illuminata. Davanti a te c’è una porta.”, con voi a inserire comandi via tastiera nella speranza di proseguire. Ma niente paura, non siamo tornati così indietro in questo caso. 🙂

A livello di gameplay vero e proprio, non c’è moltissimo da descrivere, ma siamo di fronte ad un titolo decisamente più interattivo rispetto ad una visual novel: per interagire ed esplorare la nave utilizzerete un robot da manutenzione, e dovrete trovare un modo di proseguire utilizzando ed analizzando quello che trovate, tra oggetti, macchinari, e ID card per aprire sezioni della Damrey e porte bloccate, il tutto visto in prima persona; nulla di particolarmente originale per il genere, ma vi verrà richiesto un certo impegno. Ad ogni modo avrete sempre modo di proseguire senza problemi se rimanete attenti, ed aiutarvi nella vostra impresa c’è una mappa dell’astronave, file da consultare sparsi in giro e la funzione Appunti di gioco del 3DS, nel caso vogliate segnarvi qualcosa, ma mettete in previsione un pò di backtracking.

the starship damrey screen 1

Dovete sempre cavarvela da soli, ma non vi troverete mai di fronte a situazioni od enigmi criptici che vi faranno bloccare in un punto per ore. Parlando di enigmi, non aspettatevi grandissime sfide o approcci particolari, questi non sono mai difficili o particolarmente elaborati, il focus è più sul procurarsi le risorse e gli oggetti necessari a risolverli, che sulla risoluzione degli enigmi in sè. La progressione è lineare, nel senso che non ci sono diversi finali tipo visual novel, e quindi niente BAD END e similia, una scelta di design consistente con il resto del gioco.

La storia di per sè è molto semplice e spartana, ma il dover scoprire completamente da soli i dettagli sui personaggi e sulle vicende rende il tutto immersivo, e l’ambientazione spaziale, asettica, fredda e inospitale, sebbene non originale di per sè, è azzeccata e vi mette dell’umore giusto. Inoltre ci sono alcuni colpi di scena ben congegnati ed efficaci, e viene data una risposta ad ogni domanda sollevata. Va però detto che il gioco inevitabilmente dividerà i videogiocatori, il classico hit or miss: chi riuscirà ad entrare nei ritmi del titolo verrà catturato dall’esperienza di gioco e vorrà continuare ad esplorare la desolata astronave Damrey, altri inevitabilmente si “addormenteranno” e non gradiranno il lento ritmo di gioco e l’avanzare in corridoi tutti simili l’un l’altro.

Poligonal Space

A livello puramente tecnico, The Starship Damrey si difende bene, con modelli e strutture poligonali ben curati, ma la definizione di questi non è mai altissima, e spesso noterete modelli un pò grezzi, ma è tutto più che accettabile per un titolo 3DS “download only”. A livello stilistico, è tutto molto tipico dell’opere di fantascienza, con palette di grigio, blu e nero a farla da padrone, corridoi identici l’un l’altro, un feeling asettico che permea il tutto, e così via. Il sonoro, come la grafica, è molto essenziale ma ha un suo perchè: non sono presenti musiche di accompagnamento, solo rumori ambientali – il muoversi dei robot, delle porte, dei macchinari e poco altro, il timbro atono dei computer, etc. – per farvi immergere nell’atmosfera di gioco, da soli nello spazio in un posto ignoto.

Ed eccoci al tallone di Achille del titolo: The Starship Damrey è corto, tremendamente corto. Ci sarebbe da far notare che in realtà questa è la prima parte di un progetto episodico in tre parti, ma ciò non cambia che il titolo può essere completato in 3/4 ore massimo (inoltre sarebbe stato meglio render nota la natura episodica del progetto), ed è un pò deludente arrivare al presunto punto di svolta della vicenda, per poi vedere il tutto terminare con un cliffhanger. Ciò fa sembrare quanto fatto fino ad allora, per quanto atmosferico, interessante e particolare, poco più di una premessa, di un antipasto alla portata principale. Ad allungare di poco la longevità c’è una piccola missione secondaria che vi richiede di sterminare le sanguisughe aliene entrate sulla Damrey, che sblocca un file extra se nel 3DS è presente il salvataggio di un titolo di Guild 01 (Liberation Maiden, Aero Porter e Crimson Shroud), ed un’altra sub quest che sblocca un ulteriore file su uno specifico personaggio. La rigiocabilità, vista anche la mancanza di finali o scenari alternativi, è purtroppo pari allo zero.

Commento finale

The Starship Damrey

uno dei corpi di un membro dell’equipaggio, completo di tuta.

La prima parte del progetto di Kazuya Asano e Takemaru Abiko è una avventura grafica fantascientifica dal gusto e dallo stile retrò (un ritorno ai videogame che vi fornivano poche istruzioni, e stava a voi capire come agire), interessante, molto atmosferica, degna di nota, ma la sua breve durata lascia il giocatore a desiderare di più, e non necessariamente in senso positivo, in quanto non era chiaro che questa sarebbe stata una serie episodica, e ciò da la sensazione che questa prima parte sia poco più di un preludio (cosa in parte vera). La bassa longevità unita al prezzo (8 euro) potrebbe fermare gli interessati all’acquisto, in comprensibile attesa di un eventuale sconto. The Starship Damrey non sfrutta a fondo il suo potenziale (e ciò è in parte attribuibile alla sopraccitata natura episodica) e non è esattamente “fortissimo” come primo estratto di Guild 02, poteva dare di più, ma è un titolo interessante, che non dispiacerà a chiunque decida di abbracciare la sua filosofia – ovvero tornare a scoprire da soli le meccaniche e le possibilità offertovi da un gioco, senza che veniate guidati e “presi per mano” di continuo -, agli amanti di titoli come Myst, ed a chi vuole provare un’esperienza diversa. Se siete interessati ma incerti di volerci lasciare 8 euro sopra, aspettate che scenda a 5 paperdollari circa, e poi acquistate. 🙂

Need for Speed II
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

Need for Speed II

Ne è passato di tempo da quando vi parlai di Road & Track presets: The Need for Speed, ma potevate immaginare che, dopo avervi parlato settimana scorsa di Tokyo Drift, mi sarei messo a giocare il prossimo gioco di quest’altra saga che per qualche motivo ho deciso di giocarmi in ordine cronologico.

Need for Speed II uscì poco dopo il primo episodio, sull’onda del suo successo, e divenne un successo (di vendite) a sua volta. Ripresentando macchine esotiche in percorsi straordinari, EA sperava di guadagnarci tanto, e pur non avendo più la licenza nè i consigli tecnici della rivista “Road & Track”, riuscì comunque a confezionare un prodotto che, tutto sommato, all’epoca spopolò tra i fan di autovettore. Ma oggi, a quasi esattamente 15 anni dalla sua prima uscita, come si comporta questo corsaiolo?

Need for Speed 2

La Italdesign Cala è una delle concept car usabili nel gioco

Need for Speed II da al giocatore tre possibili modalità di gioco. Nella modalità Torneo dovremmo gareggiare contro macchine avversarie nei percorsi del gioco di fila, arrivando sempre nella migliore posizione possibile (quindi primi) per avanzare alla prossima gara. Nella modalità Knock-Out, invece, affronterete sempre gli stessi percorsi, ma con la specialità che le gare durano solo due giri e che alla fine di questi, la macchina in ultima posizione viene eliminata, finchè non rimarrete nell’ultima gara solo voi e un diretto concorrente da battere. L’ultima modalità vi da la possibilità di disputare una gara singola contro un numero pari di avversarie guidate dalla CPU.

Tolto queste fondamentali regole, le corse si presentano in maniera identica, ed anche i percorsi rimangono sempre uguali, indipendentemente dalla modalità scelta.
I percorsi stessi sono sette e tutti assolutamente fittizi:

  • Proving Grounds: primo percorso, situato in Norvegia, un semplice e banale ovale da percorrere alla più alta velocità possibile. Fanno da contorno degli aerei in fase di atterraggio e decorazioni stradali a bordo strada.
  • Outback: con l’Australia come teatro d’ispirazione per questo percorso, i gareggiandi fanno un rapido tour da una città costiera fino ad un canyonoso deserto nell’entro terra, per tornare poi nella città tramite un grosso ponte.
  • North Country: probabilmente questo percorso è situato in Germania, considerando che si passa vicino ad un parco giochi chiamato “Spiele Welt” che vuol dire, grossolanamente tradotto, “Mondo dei Giochi”. Oltre a questo, si passerà per un castello ed una densa foresta.
  • Pacific Spirit: se la costa pacifica sia così o no, lo scoprirò quest’estate… o quasi, visto che questo percorso dovrebbe essere situato in Canada, e presnta un intricato mix di ambienti naturali e cittadini, tutti pieni di curve e con qualche scorciatoia qui e lì, oltre che rapidi rettilinei.

    Need for Speed 2

    Uno screenshot della pista Canadese, mentre ne attraversate la parte montuosa.

  • Mediterraneo: Pen’ultima gara della modalità Torneo (almeno finchè non sbloccate il percorso extra), questa pista si trova in Grecia, e tra ponti, mulini a vento, colonne e templi, vi darà filo da torcere per lo più con le sue curve ed il terreno irregolare, quasi da fossi stradali. La fisica non vi amerà in questo percorso.
  • Mystic Peaks: con questa gara di solito termina la modalità torneo; siamo nel Nepal e si corre tra stretti ponti appesi tra due montagne, templi e tunnel, aerei precipitati e villaggi abbandonati tra le vette nevose e ghiacciate dell’Himalaya. Una pista davvero micidiale, con salti assurdi e curve a gomito.
  • Monolithic Studios: ultimo percorso, che si sblocca vincendo la modalità Knockout, questa volta ci troviamo negli States, probabilmente a Hollywood…all’interno di qualche studio televisivo. In questa gara si passa da un set all’altro, a partire dal Wild West, passando per mondi alieni e iper-tecnologici, con la mia parte preferita che è quello che ritengo il set televisivo di Jurrasic Park o di La terra dimenticata dal Tempo.

In questi percorsi si nota fin da subito che il gioco è molto più curato, dal punto di vista grafico, rispetto al suo predecessore. Questo deriva anche dal fatto che il prequel era originariamente pensato per 3DO e solo in seguito ne era stato fatto un porting più o meno migliorato per Play Station. Need for Speed II invece è stato sviluppato direttamente per la prima console Sony e ne sfrutta le capacità tecniche leggermente migliori. Per questo vediamo elementi animati come aerei che ci passano sulla testa, dettagli a bordo strada come tempi e colonne, oggetti nella strada come casse e rottami, e addirittura mecha-dinosauri che invadono la strada.

Anche nelle macchine si nota una miglioria dei dettagli. Queste sono nove in totale, di cui una segreta sbloccabile solo completando la modalità Torneo. Nessuna import car Giapponese a questo giro, però, solo macchine Americane ed Europee, alcune addirittura solo concept car. Eccone la lista: Ferrari F50, Ford GT90, Isdera Commendatore 112i, Italdesign Cala, Jaguar XJ220, Lotus Espirit V8, Lotus GT1, McLaren F1, Ford Indigo (questa la macchina da sbloccare).
Oltre ad avere, come già detto, dei modelli poligonali più dettagliati, interni accurati e un feel diverso l’una dall’altra, a questo giro è anche possibile sceglierne il colore, tra una palette limitata disponibile.

Need for Speed 2

Volete guidare una Ferrari F50 lungo una costa Australiana…? Non avete i soldi per un viaggio in Australia nè per una Ferrari…? Uhm…beh, cavoli vostri…

Il sistema di guida, tra il prequel e Need for Speed II è cambiato molto. Oltre alla possibilità di giocare in modalità simulazione, NfS2 ci offre una modalità di guida leggermente più arcade, che rende il titolo meno simulativo. Tra le due modalità il cambio e netto, e sta a ciascuno di voi scegliere cosa preferisce. Io da NfS mi aspetto un feeling arcade, e in quanto questo, ho apprezzato il modello di guida di NfS2 molto più di quello dell’originale.
Per fortuna, con il modello di guida arcade, la difficoltà di gioco scende anche un pochino e si stacca dalle vette di frustrazione parziale del primo episodio. Vincere una gara qui è possibile e gratificante, pur non essendo mai scontato. La sfida è calibrata in maniera più o meno giusta, secondo me, anche se a darvi sui nervi saranno sicuramente gli aspetti della simulazione fisica, che non stanno nè in cielo nè in terra. Non siamo ai livelli pessimi di Need for Speed 1, ma neanche molto distanti. Le collisioni in particolare vi faranno bestemmiare non poco, nel caso decideste di avventurarvi nell’impresa di giocarlo a 15 anni dall’uscita per la prima volta.
Certo, va detto che siamo di fronte ad un gioco del Maggio 1997, e non mi sento di fare esagerate critiche, soprattutto considerando che anche in Need for Speed Underground ci sono rotture del continuum spazio-temporale del gioco da paura, ma il divertimento del gioco è spesso altalenante, e quasi sempre la causa è il motore fisico pressochè inesistente.

Need for Speed 2

Gli interni sono fatti davvero bene, dal punto di vista grafico Need for Speed II è un passo avanti rispetto al prequel!

Cosa manca? Il grosso assente di Need for Speed 2 sono le gare punto a punto, le mie preferite nel titolo sponsorizzato Road & Track, e con l’abbasarsi della difficoltà del titolo, si abbassa anche la durata di un gioco che già di suo ha poco contenuto aggiuntivo da sbloccare (un percorso e una vettura, nulla di chè). Il controllo e la sensazione di guida è migliorata rispetto al primo Need for Speed, ma anche qui non siamo a livelli strepitosi, e il gioco, tutto sommato, è invecchiato non benissimo. La colonna sonora non è nulla di che, la grafica al giorno d’oggi non impressiona, e una migliore modalità di giuda arcade non giustifica l’assenza di gare e contenuti.

Verdetto? Lasciate perdere, non vale la pena, anche se qualche spunto divertente il gioco lo presenta.

Voto Personale: 6/10

A tra sette giorni! =)

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2 Risposte to “The Weakly Hobbyt #111”

  1. Stefano Lucchi Says:

    Need for Speed II fu un bel titolo ma a posteriori fu inevitabilmente un “ponte” tra l’1 -molto diverso dagli altri, più legato ai racing dei primi anni 90, tipo Stunts et simila- e il 3 che fu un po’ il prototipo del Need for Speed come lo intendiamo oggi -e che all’epoca fu un megaton di proporzioni notevoli-. Concordo con te, la poca sostanza lo rende oggi non brutto abbastanza secondario.

    • Celebandùne Gwathelen Says:

      Non ricordo che il primo fosse molto Stunts. L’ho giocato di recente, quindi mi ricorderei. Ha un approccio molto simulativo alle corse automobilistiche, pur presentando una fisica fuori dal normale che poi, ovviamente, con le velocità delle vettura, scadeva in salti non ordinari.
      Il terzo ancora non l’ho giocato ma lo giocherò presto, sempre per la mia mania del giocarmi i giochi in ordine cronologico! =)
      Anche se sono bloccato da un pò con Resident Evil! -_-”

      Comunque si, gioco invecchiato male. =(


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