The Weakly Hobbyt #120

The Weakly Hobbyt #120

In un mondo ideale, l’immagine col banner sarebbe stata presa da Super Mario Bros. e il bel numero 120 fatto in qualche modo scintilloso.
Purtroppo, siamo in un mondo di politici vigliacchi e bugiardi, personalità incoerenti, giustizia pseudo-inesistente, uomini e donne indecisi e chi più ne ha più ne metta. La lista è molto più lunga di questa. E così, mentre succede il caos in italia e continua a regnare la matrona tedesca, qualcuno qui si sta facendo in due per mettere d’accordo 20 ore di lavoro, 40 ore di studio per la tesi e questo blog, questa rubrica in particolare, in cui, in teoria, si dovrebbe parlare di cosa abbiamo fatto questa settimana giocando ai nostri bei giochilli, leggendo manga o fumetti, vedendo serie o film. Ovviamente i primi numeri della rubrica dopo la pausa estiva contengono non necessariamente i temi settimanali, ma quelli di un’intera estate. Eppure…
…eppure il tempo è poco. E diventa sempre meno. Quindi buona lettura e ci sentiamo nell’outro! =)

Leave it to Mc… Pixel.

(A cura di Wise Yuri)

Mc Pixel

Se come me amate il bizzarro, le stranezze di qualsiasi sorta, allora Mc Pixel è il non-gioco che fa per voi, un must.

Versione: Steam.

Giocatori: 1

Sviluppatore: SOS Games

N.B.: Il gioco non ha NIENTE a che vedere con Hot Pixel, se ve lo stavate chiedendo. A quello ci avviveremo presto! 🙂

Uso il termine non-gioco perchè il titolo -sebbene tecnicamente sia un videogame, ci interagisci e succede qualcosa – è un’esperienza più che un videogame vero e proprio, un titolo convenzionale con un capo e coda, ma diverso da altri titoli “esperienza” come Flower Sun And Rain, flOw, od il recente Attack Of The Friday Monsters.

Diviso in capitoli, Mc Pixel è un bizzarro mix di punta e clicca ipersemplificato con un tempo limite ed una follia molto reminescente di Wario Ware, ma unita al delirio ed humour non-sense resi popolari dalla rete, che vanno oltre ogni logica di fondo possibile, oltre ai meme, citazioni a paletta ed al meta-humour. L’unico filo logico/strutturale che tiene assieme il tutto è che il vostro obiettivo in ogni quadro è quello di trovare la bomba nascosta chissàdove (letteralmente, può essere ovunque) ed evitare che esploda. Per farvi capire, la schermata iniziale del titolo vede un tizio pisciare su della TNT, che esplode e rimangono solo i piedi del tizio: se questa intro non vi interessa o vi disgusta, potete tranquillamente lasciar perdere subito (e smettere di leggere questa recensione, se per quello). XD

A livello puramente tecnico non c’è nulla di che da dire, é un titolo in flash dalla semplicissima e spartana grafica retrò 8-bit, con personaggi ed oggetti squadrettati, e le musichette retrò sono orecchiabili. Sul serio, visto come il comparto tecnico è spartano, non ho altro da dire a riguardo. Gradevole, nel complesso.

mc pixel pokemanz

Dicevo sopra che si tratta di un non-gioco, ed è vero, perchè giudicando Mc Pixel come un titolo normale ci sarebbe da additare l’enorme difetto di come spesso ci sia zero logica nell’azione che salverà la situazione, e quindi sia tutto un gran tirare ad indovinare, e riprovare il solito stage da 20 secondi finchè non azzeccate l’azione o la sequela di azioni che gli sviluppatori hanno deciso impedisce al tutto di esplodere. Dopo pochi quadri, diventa chiaro come l’intenzione non sia quella di fare un titolo vero e proprio, ma un bizzarro esperimento in cui sfidare sempre più forte ogni logica, e trovare situazioni sempre più random e creative da tirare addosso al giocatore, che confuso cerca una soluzione cercando di carpire una struttura di sorta nella non-logica del tutto, e quando pensa di aver trovato un elemento o tema ricorrente, il gioco subito cambia le carte in tavola.

In maniera paradossalmente ordinaria, abbiamo uno story mode, una modalità infinita, ed extra vari, tra i quali “DLC gratuiti”, ovvero tantissimi livelli amatoriali fatti da fan vari, o da chiunque, visto che il gioco é tutto fatto in flash molto semplice, e c’è un editor per creare un livello/mini-game di Mc Pixel da zero.

Lo story mode (la modalità principale, la “carne” di Mc Pixel) é diviso in 4 capitoli, con 4 serie di mini game per capitolo (3 subito accessibili e 1 extra da sbloccare) , e per superare una serie dovete trovare la soluzione in ogni minigame: se la trovate l’icona diventerà argento, altrimenti rimarrà di bronzo e passerete al prossimo mini-game, e il ciclo si ripete in loop fino a quando non trovate la soluzione di ogni minigame della serie. Potete anche rigiocare le varie serie per trovare tutte le gag/soluzioni sbagliate possibili di un mini-game, ottenendo così un oro, ed ottenendo un oro nelle serie regolari di un capitolo sbloccate la serie bonus relativa.

Quindi, sì, volendo la rigiocabilità c’é, tra un editor per fare il vostro mini-game da zero (di cui parlavo sopra), un paio di mini-game a parte (una finta chat, ed un rhythm game a base di flatulenze), la modalità infinita e i livelli amatoriali anche se una volta ottenuti tutti gli ori potete considerare l’esperienza finita, visto che difficilmente vi interesserà approfondire gli extra, vista anche l’assenza di trofei/achievement di sorta (forse superflui per un titolo del genere, tutto sommato). In caso contrario sono comunque 2 ore circa di pura follia, non malaccio per un titolo da un 1 euro, o meno con gli sconti di steam.

Commento Finale

"Mein Fuhrer, posso camminare!"

“Mein Fuhrer, posso camminare!”

Se vi piacciono le esperienze strane e siete pronti a farvi strada tra palate di non sense e follia molto creative, Mc Pixel è uno strano esperimento di non-gioco, satira e parodia che fa per voi e – per mancanza di termini migliori- va giocato. Personalmente l’ho trovato più creativo che esilarante, ma a prescindere dal vostro apprezzamento o meno del non sense molto “internettiano”, difficilmente potrete trovare esperienze tanto bizzarre e folli al prezzo di un caffè al bar. Impossibile dire che è buono o dargli un giudizio chiaro od un voto, vista la sua natura assurda e non sense, ma decisamente unico e meritevole di almeno un’occhiata.

Uncharted: L’Abisso d’Oro

(A cura di Alteridan)

La saga di Uncharted ha sicuramente segnato la generazione che sta per terminare: considerata una delle esclusive di punta di Sony e sviluppata da Naughty Dog, già conosciuti per i Crash Bandicoot e Jak & Daxter, la saga del cacciatore di tesori Nathan Drake ha portato molta fortuna sia a PS3 che al team di sviluppo.

Un Drake alla mano

Lo spin-off destinato alla console portatile Sony non è però stato sviluppato da Naughty Dog, bensì da un altro sviluppatore interno a Sony Computer Entertainment: Bend Studio, già noti per aver dato vita alla serie Syphon Filter sempre su console Sony.

L’Abisso d’Oro è di fatto un prequel rispetto alla trilogia giocabile su PlayStation 3. In questa avventura vestiremo sempre i panni di Nathan Drake, questa volta sulle tracce di un’antica civiltà precolombiana in un non meglio precisato luogo all’interno di Panama. Suo malgrado però si ritroverà nel bel mezzo di una lotta per la conquista di tesori che garantirebbero al generale Roberto Guerro e al suo esercito di vincere una fantomatica rivoluzione ai danni del legittimo governo panamense.

I riferimenti alla religione saranno il pilastro delle vicende narrate ne L’Abisso d’Oro.

La trama si dipanerà in maniera molto lineare, con colpi di scena telefonati e la comparsa di alcuni personaggi storici della saga, l’immancabile presenza della classica damsel in distress, ed ovviamente una storyline di fondo dalle tinte pseudo-storiche; tutto come da tradizione della serie. Ne L’Abisso d’Oro però le vicende sembrano forzatamente lunghe, come se gli sviluppatori avessero voluto annacquare la trama per garantire una longevità maggiore al titolo, purtroppo però nonostante la trama fili e non ci siano incoerenze, l’eccessiva durata del gioco alla lunga significa solo una cosa: noia.

Il Nathan che conosciamo

Il lavoro svolto da Bend Studio è comunque encomiabile dal punto di vista del gameplay. La trasposizione delle avventure di Nathan Drake su PlayStation Vita è perfetta e chiunque abbia giocato anche un solo capitolo della trilogia originale si troverà subito a casa non appena messe le mani su questo spin-off.

Le fasi platform e le sparatorie sono rimaste praticamente immutate, queste ultime sono forse anche migliori di quelle viste sui giochi per PS3, merito soprattutto del sistema di controllo: mirare infatti è molto più semplice, immediato e preciso grazie al saggio utilizzo del giroscopio interno alla console, puntare un nemico con l’analogico destro e aggiustare la mira muovendo la console è molto naturale e dopo averci preso la mano è un niente headshottare i nemici.

Purtroppo però l’intelligenza artificiale dei nemici lascia molto a desiderare, in primis perché spesso i mercenari nemici si muovono senza una strategia precisa attaccando a testa bassa o cambiando un riparo mentre noi stiamo ancora sparando, in secondo luogo perché durante le fasi stealth sarà molto semplice eludere la loro sorveglianza e non si accorgono di un cadavere nemmeno quando è sotto i loro occhi.

Quel mercenario ha appena oltrepassato il cadavere di un compagno: nessuna reazione.

Al di là di questi difetti, comunque, Uncharted: L’Abisso d’Oro offre sparatorie adrenaliniche, probabilmente estremamente facili per la maggior parte dei giocatori, ma non per questo meno divertenti.

Panama mozzafiato

Nonostante sia un titolo destinato ad una console portatile, L’Abisso d’Oro è graficamente uno spettacolo. La giungla panamense è viva: con una vegetazione che si muove coerentemente in base al vento o ai nostri spostamenti. Anche l’acqua è stata programmata in maniera ottima ma ciò che lascia veramente sorpresi è la qualità degli effetti di luce.

Purtroppo però si nota una certa assenza di varietà nelle ambientazioni e tutto questo dettaglio grafico si paga con un costo abbastanza alto: i livelli sono fin troppo chiusi e la possibilità di esplorazione è troppo scarsa, tanto che è possibile raccogliere la maggior parte dei collezionabili durante il primo playthrough.

I ragazzi di Bend Studio hanno sicuramente spremuto l’hardware della console.

Il titolo non è comunque esente da bug: non è raro incastrarsi tra rocce e vegetazione e spesso l’unica cosa da fare per risolvere il problema è ricaricare l’ultimo checkpoint. Inoltre durante le fasi in cui si devono scattare fotografie per risolvere alcuni enigmi bisognerà essere fin troppo precisi per trovare la giusta angolazione e il giusto livello di zoom, e a volte tutto questo non servirà ugualmente lasciando al giocatore come la sensazione che tutto funzioni un po’ a caso.

Bungee jumping nell’Abisso

Uncharted: L’Abisso d’Oro è nel complesso un titolo fatto di alti e bassi: il preciso sistema di controllo, il buon ritmo delle sparatorie e l’ottimo comparto grafico compensano in qualche modo una trama fin troppo banale, le incertezze nell’intelligenza artificiale e alcuni bug anche piuttosto fastidiosi.

Un cacciatore di tesori con un tesoro in mano, si può chiedere di più?

Questa incarnazione portatile di Nate e soci è comunque un buon gioco: consigliato ai fan delle avventure del cacciatore di tesori creato da Naughty Dog ed anche a chiunque cerchi uno sparatutto in terza persona da portare sempre con sé.

L’Abisso d’Oro è un gioco piacevole da giocare, da prendere a piccole dosi a causa di una certa ripetitività nelle situazioni che si andranno ad affrontare, ma comunque in grado di intrattenere e divertire per una buona dozzina di ore.

Voto personale: 7,5/10

Quote The Ares, Nevermore.

(A cura di Wise Yuri)

ashes of ares 2013

Altra recensione musicale, altro album metal! Per voi headbangers oggi recensisco il primo omonimo disco della neonata band Ashes Of Ares (uscito a cavallo tra fine agosto ed inizio settembre di quest’anno), formata da un ottimo trio, con Matt Barlow, Freddie Vidales (ex-Iced Earth) e Van Williams (ex-Nevermore).

Come potreste immaginare dalla line-up che comprende ben due ex-membri degli Iced Earth (in una band di 3 persone), sembra di trovarsi di fronte ad un nuovo album degli Iced Earth, nel senso più simili agli album precedenti la recente bilogia Something Wicked e Dystopia (il quale ho gradito molto più del previsto), e qui sta il problema. Certo, non è la prima volta che uno o più membri di un gruppo se ne vanno per fare una band nuova e suonare pressapoco la solita musica, un esempio a tema è il disco solista di Warrel Dane dei Nevermore, Praises to The War Machine, che poteva tranquillamente aver scritto “Nevermore” sulla copertina (e da fan mi sarebbe andato bene lo stesso). Ed anche gli Iced Earth hanno già avuto una cosa simile, con Tim “Ripper” Owens (noto cantante dei Judas Priest e voce degli Iced Earth dal 2003 al 2007) ed il suo progetto parallelo Beyond Fear, anche questo con un solo album omonimo.

Il punto è che, oltre ad essere praticamente un album degli Iced Earth sotto un diverso nome, è molto sottotono. Voglio render chiaro che non è un brutto disco, ma d’altro canto è davvero generico, è il tipo di disco che chiunque ascolti anche sporadicamente musica metal ha già sentito, specialmente se siete già familiari con gli Iced Earth. Anche dopo averlo ascoltato ben 4 volte, faccio veramente fatica a ricordarmi più di un paio di canzoni (dal mucchio si ergono solo This Is My Hell e The One-Eyed King, la prima di sicuro), complici certamente testi per la maggior parte dozzinali (a volte molto dozzinali) e melodie già sentite. La presenza di gente molto brava si nota nel lato tecnico, specialmente la batteria, energica ed ottima come nei Nevermore, ma una gran tecnica – sebbene aiuti e non poco- non può fare molto se la musica in sè è heavy/power metal stereotipato e dimenticabile. Sono un fan degli Iced Earth, ma quando rifai le solite cose, sotto nome diverso, e le fai pure blande così (opinione mia, ma qualsiasi album – anche il peggiore – degli Iced Earth non ha mai raggiunto tali livelli di “blandezza”), c’è poco da dire, e non vedo perchè dovrei urlare al capolavoro, quando è questo il risultato.

Commento Finale

Un trio di ottimi musicisti con tanta esperienza ed una tecnica superlativa non sempre significa un trio vincente, soprattutto in questa che è praticamente reunion di ex-membri degli Iced Earth, che altro non fanno se replicare gli Iced Earth pre-bilogia Something Wicked, e lo fanno in maniera generica, blanda e stereotipata, con melodie e testi che sanno molto di già sentito e dozzinale. Nel complesso Ashes Of Ares è mediocre,sebbene molto orecchiabile, e se siete in vena di un album heavy/power metal senza troppe pretese, può andare, ma sentito una volta e trovato quel paio di canzoni da mettere in una playlist, potete tranquillamente dimenticarvene e buttarlo senza troppi rimorsi nella pila degli “ascoltati e a mai più rivederci”.

5 “corna” su 10

Call of Duty
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

Call of Duty

Oggi giorno questa saga è conosciuta per essere uno dei franchise che riesce a vendere più copie all’anno, odiato da moltissimi giocatori “hardcore” e successo di vendite senza eguali. Ma, se ricordate, tutto questo trambusto intorno alla saga Call of Duty iniziò soltanto dopo che venne rilasciato Call of Duty 4: Modern Warfare.
Io, come sempre, mi interesso di esplorare le origini delle saghe videoludiche, che siano dello stesso franchise o cross-brand. Per Call of Duty, ho deciso di iniziare proprio dal primo episodio della saga, ignorando eventuali giochi che possano essere stati padri spirituali. Armato del mio PC e della mia passione per la storia, ho iniziato a (ri-) giocare Call of Duty.

Inutile introdurrlo più di così, siamo di fronte a uno sparatutto in prima persona (First Person Shooter, FPS) sviluppato dai ragazzi di Infinity Ward prima che la fama li rendesse troppo famosi e dividesse. Uscito nell’Ottobre 2003, Call of Duty divenne subito un titolo unico nel suo genere, in quanto primo fra tutti presentava al giocatore la possibilità, grazie a sequenze scriptate e dall’alto contenuto cinematografico, di venire totalmente immerso dall’ambiente circostante e quindi nel clima di guerra che permeava il vecchio continente durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale. Paragonato ad altri FPS promimenti dei quell’anno (Battelfield 1942, Medal of Honor: Rising Sun, SOCOM II, Vietcong, XIII) la totale immersione del protagonista negli eventi bellici, in cui lui tecnicamente era solo un soldato tra tanti, era qualcosa di unico e di assolutamente ben riuscito. Gran parte delle altre esperienze FPS di quell’anno, difatti, erano per lo più basate su un singolo personaggio che avanzava tra livelli per uccidere i suoi avversari (vedi Judge Dredd: Dredd vs. Death o lo stesso XIII), e Call of Duty fu il primo e unico di quell’anno ad azzeccare il perfetto equilibrio tra questo tipo di gameplay e bontà di game design.

La “storia” di Call of Duty, se così la si può chiamare, ci fa rivivere le gesta di tre soldati durante la guerra, su tre diversi fronti di battaglia. La prima “campagna” a venire affrontata è quella Americana, seguita da quella Inglese, poi quella Russa. Alla fine, poi, entreremo di nuovo nei panni dei rispettivi eroi in un un livello per ciascuno, nell’ordine iniziale.
Nella Campagna Americana vestiremo i panni di Joe Martin, paracadutista, che dopo una fase di addestramento in Georgia dovrà attraversare la Normandia durante il giorno dello sbarco. Dopo aver raggruppato le unità sparse dopo l’atterraggio, Martin è chiamato a difendere una posizione strategica in un paese nelle vicinanze. Superato questo primo ostacolo, a Martin verrà chiesto di infiltrarsi oltre le linee nemiche per liberare due ufficiali Inglesi, e in seguito fuggire da un Chateu nelle Alpi con degli importanti documenti.

Call of Duty

Non di rado ci saranno sequenze “scriptate” in cui dovrete vincere una missione a bordo di un veicolo non pilotato da voi. Alla fine, però, guiderete anche un bel carro armato.

Nella Campagna Inglese comanderemo il Sergente Jack Evans durante la famosa difesa del Ponte Pegasus. In seguito Evans viene mandato su una missione in solitaria presso una diga tedesca, con annessa fuga in macchina e conseguente estrazione tramite aereo. Infine abborderà la name tedesca Tirpitz presso la costa Norvegese, dove ruberà importanti documenti e affonderà la nave.
Nella Compagna Russa assisteremo alle avventure belliche di Alexei Ivanovich Voronin, a partire dalla cruenterrima Battaglia di Stalingrado. Costretti ad attaccare il nemico in massa con pochissime armi (infatti partirete senza arma alcuna!), i soldati russi vennero praticamente spinti al “suicidio” per non venire uccisi dall’Ordine 227 di Stalin. Voronin, inutile dirlo, con la guida del giocatore sopravviverà a questo massacro e sarà tra i pochi soldati alla Piazza Rossa a Stalingrado! In seguito Voronin attraverserà le fogne e aiuterà a prendere e difendere la famosa Casa di Pavlov dagli attacchi tedeschi. Nelle seguenti missioni Voronin sarà alla guida di Carri Armati durante la loro invasione del suolo tedesco.

Le ultime missioni riprendono, infine, i personaggi nelle fasi finali della guerra.
Con Martin particperete alla Battaglia delle Ardenne per rubare documenti nazisti e distruggerne carri armati. Con l’ormai Sergente Evans invece andrete a distruggere i letali razzi V2 delle forze tedesche nel profondo della nazione ormai in rovina, mentre con l’Armata Rossa invadrete Berlino casa per casa fino ad arrivare a sventolare la bandiera rossa sul Reichstag a Berlino.

Call of Duty vi terrà impegnati non poco, la campagna in singolo si spiana per una buona ventina di missioni, alcune corte, altre tutt’altro che brevi. La struttura delle missioni è piuttosto bilanciata, mano mano il tutto si fa più difficile, ma siamo lontani dai picchi di difficoltà mostruosi incontrati in giochi come Far Cry.

Lo scenario della guerra deve piacere. Altrimenti il gioco non è molto divertente; nonostante ci siano descrizioni molto accurate delle strategie di guerra, alla fine il gioco non richiede molte cellule grigie, i livelli sono spesso linerai e quelle poche volte in cui non lo sono, il level design non è talmente buono da non farvi perdere.
Gran parte delle ambientazioni sono quindi all’aperto, da ponti da difendere, foreste da attraversare sotto bombardamento, campi aperti nella francia o germania e città in macerie da ripulire ulteriormente. La palette di colori rappresenta ovviamente quella che ci si aspetta da uno scenario cruento come quello presentato: colori poco saturi, molto grigio e marrone, anche le foreste sono al massimo verde oliva, e negli edifici troneggia il rosso simbolo nazista.

Esteticamente il gioco non mi è piaciuto molto, inutile dirlo. Ma era anche difficile aspettarsi una palette di colori diversa da un gioco di guerra.

Call of Duty

Le missioni si svolgono per lo più tra macerie e detriti. Le eccezioni sono poche e si concentrano per lo più a inizio gioco.

Gran parte delle missioni, come dicevo, sono all’aperto e sono spesso quelle riuscite meglio, con molti compagni di guerra impegnati con voi nella guerriglia cittadina. Le poche missioni in cui sarete in solitudine a infiltrare, ad esempio, una diga o uno chalet di montagna, sono molto noiose e tolgono gran parte del carisma di gioco. Call of Duty riesce bene nell’intento di coinvolgervi negli eventi bellici attorno a voi con esplosioni, eventi affidati alla CPU, personaggi che si urlano contro ordini e avversari che attaccano edifici e postazioni. Quando tutto questo viene a mancare, Call of Duty mostra i suoi punti deboli, ovvero che alla fine è solo uno sparatutto come tanti altri.

Le armi, che spesso ovviamente sono al centro dell’attenzione, non mi sono particolarmente piaciute, ma sono probabilmente storicamente accurate. Alcune molto lente, con pochi proiettili, altre incredibilmente imprecise, l’unica cosa davvero particolare sono le loro forme e dimensioni. Le missioni di cecchinaggio sono quelle che in genere mi sono piaciute di più, visto che le meccaniche dei fucili a cecchino in questo gioco mi sono piaciute in maniera particolare e sono, comunque lo si voglia vedere, molto migliori di ogni altra arma.
I generi di arma che avrete tra le mani comunque variano da pistole, mitragliatori, antiche shotgun, artiglieria pesante (mitra pesanti o bazooka), granate di vario genere e fucili da cecchino, appunto. La varietà, c’è.

Ho giocato Call of Duty in Italiano e devo dire che il doppiaggio non è male. Le voci sono tute un pochino esageratamente “toste e militari” ma per il resto non ho granchè lamentele. Avrei tanto voluto ci fosse la scelta di scegliere la lingua, ma avendo la versione italiana sembra che l’inglese non fosse contemplato.
Le musiche di sottofondo, quando ci sono, cercano di evidenziare – e lo fanno bene – la drammaticità dei momenti di guerra più intensa. Difendere la casa di Pavlov per quegli interminabili cinque minuti viene reso più glorioso da una musica strumentale d’intensità e volume sempre crescente, così come le finali missioni tra Berlino in rovina hanno un qualcosa di una marcia trionfale. Il suono è comunque molto “Seconda Guerra Mondiale” e se c’è qualcosa che, insomma, è proprio convincente, è l’aspetto sonoro del gioco. Anche gli effetti speciali sonori sono fatti MOLTO bene, con esplosioni credibili e con tanto di temporanea sordità nel caso di una esplosione troppo vicina al giocatore. I rumori dei carri armati sono forse un pochino troppo accentuati per evidenziare la loro presenza, ma qui l’audio serve il gameplay, e non mi permetterei mai di penalizzarlo troppo per questo.

Call of Duty

Quando con i Russi arriverete a Berlino, la capitale tedesca sarà già bella che distrutta. Quello dovrebbe essere il Reichstag

Come ho già detto, la stile grafico del gioco non mi piace particolarmente, ma da un gioco di guerra non potevo pretendere cieli azzurri e rose rosse in prati verdi. Dal punto di vista tecnico si nota che sono passati ormai dieci anni dal rilascio del gioco, ma questo non è un grosso problema. Gli effetti sono fatti bene e siamo di fronte comunque a un gioco che sa mostrare di essere stato fatto con cura. Non c’è interazione con l’ambiente intorno a voi, ovviamente, ma siamo in un epoca pre-Half Life 2 e pre-Crysis.

In totale, Call of Duty non mi è dispiaciuto, ma sono sicuro che non lo toccherò mai più. Me lo sono finito due volte ormai, una qualche anno fa e ora per scrivere questa recensione, e non ho nessuna voglia di arrivare a tre giocate. Siamo di fronte a un bel gioco, che forse è invecchiato un pochino, ma che non mi attira fondamentalmente per la sua ambientazione bellica. “Strano”, allora, che proprio quelli sono i livelli che mi siano piaciuti di più, e le missioni solitarie quelle che più mi hanno tediato, ma forse proprio questo testimonia il buon lavoro fatto da Infinity Ward. Quando mostrano la guerra con il suo inesplicabile fascino di “comradery”, Call of Duty ha momenti fantastici. Togli quello, e rimane solo la miseria.

Provatelo e ditemi che ne pensate voi.

Voto Personale: 7,5/10

E con questa finiamo. No, la tesi non mi ha reso più violento o inoppiato, ma non posso negare che gran parte dei giochi che sto giocando siano sparatutto in prima persona (arriveranno, presto o tardi, le recensioni di Far Cry 2, Crysis, Half-Life e Call of Duty: United Offesive) e giochi di calcio. Comunque, se qualcuno me la manda buona, una buona dose di Super Mario, Ammazza Vampiri e magari anche Zelda ve la dovrei riuscire a “deliverare” presto o tardi.

Fino ad allora, in bocca al lupo per tutto e alla prossima settimana!

Annunci

4 Risposte to “The Weakly Hobbyt #120”

  1. Stefano Lucchi Says:

    @ Alteridian: si vede che hai preso una PSVita 😀 – quand’è che mi recensisci i due Vanillaware? Che poi tanto li prendo anch’io, ero solo curioso di vedere cosa ne scrivi

    @ Wise Yuri: peccato per il disco degli Ashes of Ares, con i nomi coinvolti si poteva sperare in qualcosina di più. Un’ascoltata ce la darò comunque perchè non posso non darcela però mi hai un po’ spento l’entusiasmo XD

    • Wise Yuri Says:

      Peccato, perchè sono un gran fan dei Nevermore e degli Iced Earth, quindi la gente buona c’era per questo disco, ma purtroppo è di una mediocrità disarmante in tutto, a parte la tecnica, che conta il giusto se i testi e la musica sono triti, banali e strasentiti in questa maniera. Un’ascoltata la merita, anche solo per curiosità, comunque. 🙂

    • Alteridan Says:

      Dragon’s Crown conto di prenderlo a breve, solo che deve prima uscire e inspiegabilmente in Italia esce più tardi rispetto al resto del mondo (24 ottobre contro il 10).
      Muramasa invece lo ha già recensito Wise Yuri, in versione Wii però. Trovi la sua recensione qui: https://checkpointcafe.wordpress.com/2012/12/02/the-weakly-hobbyt-87/

      • Stefano Lucchi Says:

        Muramasa a suo tempo lo volevo prendere ma mi piangeva veramente il cuore a giocare con il Wii perciò ho preferito aspettare la versione PS Vita che ha pure qualche contenuto in più; per Dragon’s Crown non so se riesco a fare il D1 ma di sicuro lo prendo, spero nei tempi più brevi possibile


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: