The Weakly Hobbyt #163

The Weakly Hobbyt #163

Ancora una volta, benvenuti al nostro settimanale per il Weakly Hobbyt in cui recensiamo il fps della discordia, il più che noto e discusso Destiny, assieme ad altri titoli in questo numero al 100 % videogames (ma abbiamo piani per altro, non dimenticatelo…). Buona lettura ed aspettavi alcune novità nelle prossime settimane!

Destiny

(A cura di Alteridan)

Versione giocata: PlayStation 4

In una delle mie prime recensioni, qui sul blog, feci un breve discorso sull’hype e su come questo si riveli spesso un’arma a doppio taglio. Alimentare l’hype significa far aumentare il livello di aspettative nel pubblico, e anche attrarre frotte di hater che daranno contro al prodotto in questione solo perché “va di moda”.

Capirete quindi che la recensione che andrete a leggere è stata, per me, molto complicata da realizzare. È difficile valutare un prodotto come Destiny, soprattutto considerando il suo cuore pulsante da MMO, e quindi il suo essere in costante evoluzione.

Guardiani della galassia

No, non mi riferisco alla pellicola ispirata al celebre quartetto Marvel (tra l’altro recensita all’interno dello scorso numero del Weakly dal nostro instancabile Celey). L’allusione è alla trama del gioco confezionato da Bungie: nel gioco impersoneremo un Guardiano, un essere dotato di capacità straordinarie donategli dal Viaggiatore al fine di proteggere ciò che resta dell’umanità. Tutto ha inizio su Marte, quando un gruppo di astronauti trova un’enorme sfera bianca: un essere senziente che permette all’umanità di raggiungere risultati impensati e di vivere una vera e propria età dell’oro. Il Viaggiatore ha però un nemico storico: l’Oscurità. Con l’arrivo dell’Oscurità, la guerra per la sopravvivenza viene persa e la civiltà umana viene messa in ginocchio. In un ultimo, disperato sforzo, il Viaggiatore riesce a bloccare l’arcinemico ai confini del sistema solare, e crea i Guardiani per proteggere la Torre, l’ultima città degli uomini, dal costante assedio degli agenti dell’Oscurità.

Le ambientazioni offrono spesso scorci suggestivi.

Come potrete immaginare, l’incipit non è nulla di originale ma è certamente funzionale alle meccaniche di gioco. Il team di sviluppo è però colpevole di non aver realizzato una trama abbastanza coinvolgente da spingere il giocatore ad appassionarsi del mondo di gioco e della sua ambientazione. Le missioni della main quest, infatti, seguono un filo narrativo banale, scontato e assolutamente privo di mordente.

Guardiani in compagnia

Destiny si presenta come uno shooter in soggettiva fortemente votato alla cooperazione e al multiplayer online. A dirla tutta, il titolo va giocato sempre connessi a internet, proprio come ogni altro MMO. Il multiplayer di Destiny è istanziato, questo significa che, anche se giochiamo da soli, ci si potrà imbattere casualmente in altri utenti, i quali magari stanno svolgendo la nostra stessa missione. A questo punto starà a noi decidere se continuare per la nostra strada o mandargli un invito per aggiungersi alla squadra e proseguire in compagnia. Per alcune missioni particolari, definiti Assalti, la cooperazione è essenziale, tanto che è stato inserito un sistema di matchmaking automatico in caso non avessimo già formato un gruppo tutto nostro. Attenzione però: se come me giocate su PS4, per queste missioni sarà obbligatorio essere abbonati al PlayStation Plus. L’abbonamento è necessario anche per accedere al multiplayer competitivo.

Sebbene sia consigliabile giocare in compagnia, le missioni della main quest sono tranquillamente affrontabili in singolo (anche se qui mi trovavo in leggerissima difficoltà).

Permettetemi di spendere qualche parola proprio sul PvP: qui troviamo le classiche modalità presenti anche in altri fps online, come il team deathmatch, capture the flag, e il free for all, naturalmente opportunamente rinominati. A queste vanno ad aggiungersi modalità particolari che cambiano ogni fine settimana. Al momento, però, il multiplayer competitivo è sbilanciato, per usare un eufemismo: le mappe sono quasi tutte piene di spazi molto piccoli e stretti corridoio, per questo motivo le uniche armi che si usano sono i fucili a pompa e i devastanti fucili a fusione, rendendo praticamente nulli gli sforzi di implementare altri tipi di armi. Al momento di “andare in stampa”, Bungie ha rassicurato i fan di essere al lavoro sulla rivisitazione del bilanciamento. Certo è che da un team con così tanta esperienza in tema fps non ci si aspetterebbe per nulla questi gravi scivoloni.

Guardiani del loot

Destiny ha anche una componente da gioco di ruolo molto marcata, o forse sarebbe più opportuno definirla da hack & slash. Da questo punto di vista, il titolo Bungie è accomunabile a quanto visto in Borderlands: come nel gioco Gearbox, i guardiani accumulano esperienza, utile per sbloccare le abilità della propria classe, e ottengono oggetti di rarità variabile dai nemici uccisi. Una particolare novità è rappresentata dal fatto che anche gli oggetti dell’inventario, accumulando esperienza, acquisiscono abilità proprie.

Nelle partite multiplayer si userà spesso il fucile d’assalto nei pochi spazi aperti, le altre armi sono praticamente inutili.

Purtroppo, anche il sistema di loot presenta numerosi problemi. Gli appassionati di MMO sanno che qualsiasi gioco di questo genere è basato sull’esperienza successiva all’end game, quindi una volta raggiunto il livello massimo e completato tutte le missioni della trama principale, e sul miglioramento del proprio equipaggiamento. Destiny non fa eccezione, le criticità spuntano però nel momento in cui il sistema di loot è interamente lasciato al caso. Completando un assalto eroico (destinato quindi a chi ha finito il gioco) non vi è alcuna certezza di droppare un oggetto raro o leggendario anzi, non c’è proprio la certezza di droppare qualcosa. Capiterà spesso di aver impiegato mezz’ora o più per nulla, racimolando solo un paio di Marchi dell’Avanguardia (il cui scopo è quello di essere utilizzati come merce di scambio con dei mercanti particolari). Solo che servono centinaia di marchi per riuscire ad acquistare qualche oggetto un minimo decente, e la cosa più assurda è che è presente un cap del drop dei marchi, pari a cento alla settimana. Discorso identico va fatto per le partite PvP, le quali forniscono anch’esse dei marchi (del Crogiolo questa volta) da scambiare con oggetti. Anche qui è presente lo stesso limite. Il risultato è quindi una sorta di lotteria che non premia per nulla l’impegno e la dedizione.

Guardiani del destino

Destiny è un gioco su cui milioni di persone avevano aspettative estremamente alte, vuoi perché è il primo titolo sviluppato da Bungie dopo aver passato il testimone della serie Halo ai 343 Industries, vuoi perché prometteva di innovare la formula classica degli fps fondendola con l’ambiente dei MMO. Il risultato è che Bungie non ha saputo tener testa alle aspettative elevatissime e ai proclami del publisher, Activision.

Arrivare primi nella propria squadra non assicura ricompense: l’attribuzione del loot è completamente casuale.

Intendiamoci, Destiny è un gioco con un potenziale elevatissimo che però resta, per l’appunto, potenziale. L’universo del gioco è intrigante, ma è azzoppato da una trama e una narrazione da novellini. Le meccaniche fps sono, come in ogni gioco Bungie, eccelse, ma il lato MMO lascia a desiderare. Manca poi varietà: alla fine della fiera, le missioni sono poche e spesso ripetitive; le stesse mappe del multiplayer competitivo si contano sulle dita di una mano.

Va detto che Bungie ce la sta mettendo tutta per migliorare il gioco, e già dal lancio sono stati fatti diversi passi avanti. Progressi che però non possono eliminare quell’amaro in bocca per un’occasione sprecata. Ho la certezza che Destiny, nel piano decennale previsto da Bungie e Activision, possa ambire a essere una serie di qualità. Purtroppo, però, al momento è semplicemente un prodotto con tanti difetti e troppo potenziale inespresso.

Voto personale: 7/10

Type It In The Head

(A cura di Wise Yuri)

the typing of the dead overkill

L’originale Typing Of The Dead per Dreamcast e PC dimostrò come si potesse fare qualcosa di nuovo dal vecchio trasformando House Of The Dead 2 da on rail shooter in un “typing shooter” su binari, in cui uccidere zombi non sparandogli con una light gun, ma usando una tastiera. Originale, sorprendemente divertente ed anche un buon esercizio per recensori e chi usa il pc per scrivere.

Sarò sincero, volevo recensire l’originale, ma non volendo comprare un Dreamcast e tastiera solo per questo titolo, ed essendo la versione PC costosa, rara, e non venduta digitalmente, ho dovuto rinunciare a provare questo titolo davvero originale che nel suo piccolo ha creato un mini-genere con emulatori.

Ma la provvidenziale uscita (abbastanza in sordina, tra l’altro, ‘ho scoperto collegandomi a Steam e vedendolo nelle) di Typing Of The Dead: Overkill su Steam (ed altri servizi simili, immagino) mi ha permesso di rimediare a questa lacuna, ed oggi lo recensisco per voi (e per me, credo)!

NOTA IMPORTANTE: tutto il gioco è in inglese, e vista la sua natura, è essenziale che ne abbiate una buona (meglio ottima) conoscenza.

Se avete presente l’originale Typing Of The Dead (o letto il paragrafo iniziale), vi troverete a casa in quanto questa “edizione Overkill”, perchè è sostanzialmente identico, ma vista la frequenza inesistente con cui escono i Typing Of The Dead, non vedo un problema nel riproporre il formato. E non è problema perchè il motto “squadra che vince non si cambia” va benissimo per questi bizzarri titoli che in teoria sono “educativi”, i cosiddetti “edutainment”, che metterebbe il gioco Sega in questione nella stessa categoria di roba come Mario’s Time Machine.

Ma ribadisco “in teoria”, perchè Typing of The Dead non è per farvi imparare le lettere dell’alfabeto o la storia, ma per proporre una bizzarra ed originale variante di House Of The Dead con fine il migliorare la vostra scrittura permettendovi di fare strage di zombi con la sola tastiera, dimostrando che a volta ne ferisce più la penna che…. la pistola.

Typing of the dead overkill screenshot

House Of The Dead e Shakespeare finalmente assieme!

Ovviamente è tutto giocato via tastiera, ed è un “on rail typer”, come uno shooter su “rotaie”, ma invece di sparare agli zombi per ucciderli, dovete digitare velocemente i termini che appaiono sotto ogni nemico, ed attenzione perchè prima di poter attaccare un altro nemico dovrete completare un termine, ed il gioco è molto più difficile di quanto possa sembrare, visto anche i diversi tipi di zombi (alcuni dei quali vi costringono ad un serrato e forsennato scrivere per uscire dalla loro morsa, anche troppo), ed i boss che offrono sempre qualche novità e meccanica apposita, come uno che offre più termini da digitare e dovete scrivere quello giusto per danneggiare il boss, uno che usa abbreviazioni e termini “internettiani”, e cose del genere che rendono le boss battle sempre fresche.

Inevitabilmente non è per tutti, ma per i curiosi ed i giocatori che vogliono provare qualcosa di realmente diverso c’è anche un buon numero di livelli da giocare in quanto la versione presa per il “trattamento Typing” è la Director’s C ut, e tra difficoltà e collezionabili (ed una modalità multigiocatore di cui non posso dire nulla visto che non sono riuscito a trovare altri giocatori online) avrete motivo di tornare sulla tastiera per diventare provetti dattilografi.

Anche perchè nel pacchetto è incluso anche il regolare House Of The Dead Overkill in versione Director’s Cut, che potete giocare con il mouse od il pad. Bonus gradito a dir poco, ma francamente superfluo in quanto a giudicare dalle opzioni non potete attaccare una light gun, e senza il supporto per quella o dispositivi come il Playstation Move non è la stessa cosa, ho provato con il mouse ma poco da fare. Quasi dimenticavo, ci sono anche dizionari DLC per chi vuole provare ad uccidere zombi con Shakespeare, ed altre situazioni bizzarre.

Commento Finale

the typing of the dead overkill g and washington

The Typing Of The Dead: Overkill segna l’inatteso ritorno di questa bizzarro ed originale spin-off della serie Sega, e dà un’altra occasione alle nuove generazioni (od a chi si perse l’originale su Dreamcast in generale) di giocare uno dei pochi titoli “educativi” che sono divertenti, per quanto “educativo” possa essere uccidere zombi armati solo di una tastiera per computer, in ogni caso è qualcosa di divertente, di unico, e che migliorerà la vostra abilità nel digitare rapidi, motivati da boss battle con meccaniche originali e ben adattate al formato della sub-serie “Typing Of”.

E visto che il regolare HOTD: Overkill in versione Director’s Cut è incluso nel pacchetto (nonostante la mancanza di supporto per light gun renda questo extra quasi superfluo), è difficile non consigliarvi Typing Of The Dead: Overkill, specialmente se volete giocare qualcosa di davvero “motherfucking” diverso dalla massa.

 

ShadowRun Dragonfall (Director’s Cut)

(A cura di CapRichard)

Nel 2013 la casa di sviluppo Harebrained Schemes ha riportato alla luce l’IP di Shadowrun, ambientazione P&P che mescola cyberpunk e fantasy, nel mondo videoludico, grazie ad una campagna kickstarter di successo, con il gioco ShadowRun: Returns.

Nel febbraio del 2014, il DLC Dragonfall raggiunse le piattaforme in digital delivery e si dimostrò essere superiore al primo gioco sotto tutti gli aspetti.

A settembre dello stesso anno, ci viene riproposta l’espansione Dragonfall in versione Director’s cut. Questa versione è una standalone, ovvero non necessita del gioco base e presenta non poche novità.

Una Storia che Migliora

shadowrun dragonfall dc screenshot 1

La storia è il punto forte di Dragonfall che nella versione director’s cut riesce a migliorare ancora.

L’incipit della vicenda appare alquanto scontato e lineare. Voi siete uno shadowrunner, una sorta di mercenario, la vostra prima missione va in malora, il vostro team finisce male ed ora dovrete riuscire a tirarvi fuori dal casino nel quale siete finiti. Mano a mano che si procede nel gioco, il tutto si complica, si infittisce e non mancheranno colpi di scena vari che renderanno il tutto molto interessante ed intrigante ed il gioco tocca momenti abbastanza importanti della lore di ShadowRun.

La parte centrale della storia, per certi versi si può definire non esistente. Dovrete raccogliere un grande numero di soldi da dare ad un informatore affinché vi riveli particolari importanti che vi servono per poter progredire. E come si guadagna il pane un mercenario? Accettando e svolgendo missioni.

Questa scelta potrebbe far storcere il naso ai puristi della trama dalla A alla Z senza interruzioni, ma in realtà questo sistema si rivela essere vincente per Dragonfall. L’universo di Shadowrun è ricco di cose da scoprire, vedere, fare, di personalità, di corporazioni, di società segrete, e questa struttura a “missioni secondarie” permette al giocatore di vivere tutte le varie sfaccettature che l’ambientazione ha da offrire.

Ogni missione infatti non è lasciata al caso, anzi, ognuna ha una sua trama autoconclusiva ed un suo twist particolare.

L’altro punto forte della storia sono i membri del proprio team, caratterizzati a tutto tondo e dotati di una forte personalità che ve li farà amare o odiare. Essi commenteranno con forza durante le missioni e vi intratterranno con le loro storie nella vostra base.

Nel gioco originale, solo uno di loro però aveva una quest personale, incastrata in una missione principale. Nella Director’s Cut invece anche gli altri 3 membri del gruppo ricevono una missione a loro dedicata. Nuove ambientazioni, nuove scelte da compiere e nuova musica.

A queste 3 nuove quest se ne aggiungono altre due secondarie. Questa è forse l’aggiunta migliore del gioco ed aiuta ad invogliare un’altra giocata per chi avesse già completato l’espansione al suo tempo.

Un Gameplay che muta

shadowrun dragonfall dc screenshot 2

Il gioco si divide in due fasi ben distinte. La fase esplorativa e la fase di battaglia.

Quella esplorativa non ha subito cambiamenti ed è simile ad un’avventura grafica. Avrete il vostro personaggio creato all’inizio del gioco, con una sua classe, il suo aspetto e le sue abilità, e lo comanderete in stile punta e clicca per l’ambiente circostante, con elementi interagibili segnalati a schermo. Quando si interagisce con un elemento dello scenario, sia esso un oggetto o un NPC, del testo descrittivo setta il tono della situazione ed appariranno scelte di interazioni adeguate al contesto e molte di esse saranno subordinate al tipo di personaggio che avrete.

Un decker può hackerare terminali con facilità invece di dover trovare per forza le password, una persona carismatica può evitare combattimenti con le giuste parole ed un personaggio forte può abbattere muri fragili per rivelare nuove vie da percorrere. Alcune situazioni sono più su binari di altre, ma in generale la variabilità di approccio e risoluzione è alta ed aiuta in un contesto di rigiocabilità.

Quando si combatte il gioco diventa invece un XCOM, ovvero si passa a giocare ad uno strategico a turni con un sistema di copertura.

Qui il gioco è cambiato parecchio dalla sua versione DLC a questa standalone. Il combattimento nella DLC è sempre stato molto…. Randomico. Ovvero molti elementi che dettavano l’entità del danno sul nemico erano dipendenti dai seed RNG e variavano troppo, creando un tipo di combattimento un po’ troppo imprevedibile e basato sulla fortuna più che sulla perizia tattica. Ora invece il tutto è numericamente più semplice e si basa su meno regole. Questo porta ad un combattimento più ragionato e meccanico, dove azione e reazione delle vostre azioni sono più tangibili ed anche ad una AI rinnovata e che riesce a manovrare intorno a queste nuove regole meglio di quanto non faceva prima.

Il risultato è un combattimento generalmente più piacevole che migliora di non poco l’esperienza generale, anche se è più semplice della versione DLC, quindi consiglio di giocare ad un livello di difficoltà più alto da subito, partendo almeno da “hard”.

Anche i propri compagni hanno ottenuto qualche miglioramento, visto che ora la loro crescita è gestita parzialmente dal giocatore e non più completamente automatizzata.

Un piccolo grande gioco

shadowrun dragonfall dc screenshot 3

Il vero problema di Shadowrun è nella sua “piccolezza”, nel suo essere un po’ troppo indie e troppo poco AAA. Malgrado la buona campagna di kickstarter, il gioco è tecnicamente indietro rispetto ad altri contemporanei. La grafica ha una grande direzione artistica, ma manca di perizia tecnica nei modelli poligonali ed il gioco non ha un’oncia di doppiaggio ed è disponibile solo in lingua inglese.

A parte queste mancanze, il gioco è completo, avvincente e mai scontato ed è un’ottima finestra di entrata per tutti nel mondo di Shadowrun. Inoltre ha un completissimo editor per poter creare la propria storia qualora si voglia passare dalla parte di giocatore a quella di creatore.

Voto: 8.5/10

 

Call of Duty – United Offensive
(A cura di Celebandùne Gwathelen)

Call of Duty - United Offensive

Sfruttando rapidamente il motore di ricerca di Checkpoint Cafè, potreste giungere per caso a notare come nel #120 del blog, Settembre scorso, vi parlai di Call of Duty, primo sparatutto di una serie che avrebbe fatto la storia dei videogiochi, e purtroppo non sempre per le più nobili ragioni. Eppure Call of Duty, pur essendo un grigio e a tratti poco riuscito sparatutto ambientato nella seconda guerra mondiale, i suoi momenti li aveva, e nonostante siano passati ormai oltre dieci anni dalla sua prima uscita, qualche occhio sgranato me lo aveva strappato.

Il motivo principale per cui giocai Call of Duty durante l’estate 2013 fu che ero riuscito a recuperare, folle me, la sua espansione ufficiale: United Offensive. Curioso di riprovare gioco originale ed espansione in uno, mi misi di buone intenzioni tentando di finire l’uno e l’altro. Furono le mie buone intenzioni ripagate con un gioco all’altezza o magari superiore al suo prequel? Uhmm…nah, non proprio.

Call of Duty - United Offensive

Benvenuto nel freddo inverno tedesco. O volevo dire inferno?

Uscito nel Settembre 2004, United Offensive aggiunse tre nuove campagne vissute dal soldato americano Riley, dal soldato britannico Doyle e dal soldato russo Petrenko. Ogni personaggio ha una propria “avventura” con diverse missioni, che includono alcune altre battaglie della seconda guerra mondiale, più o meno famose.

Riley per esempio, partecipa alla difesa della città di Foy, mentre Doyle, facendo parte della RAF, prima si rende protagonista di un bellissimo scontro aereo sopra i cieli Olandesi, ed in seguito si unisce a ribelli delle fiandre per partecipare alle guerriglie interne che, a loro modo, hanno contribuito alla sconfitta nazista. Per di più, il soldato va in Sicilia per una missione che lo vede sabotatore di un faro e diversi magazzini nazisti. Come col primo gioco, anche qui è un soldato rosso a terminare la campagna, con una invasione del suolo tedesco nella prossimità di Berlino.

La varietà di missioni in questa espansione, forse perchè è il gioco stesso ad essere leggermente più corto, si fa apprezzare, anche perchè dopo tutto il primo gioco da FPS della Seconda Guerra mondiale, lo scenario mi ha talmente stufato che è da quando finii United Offensive che non tocco sparatutto ambientati in quel periodo. Bisogna dire che molti dei momenti “epici” di questa espansione tentano di far breccia nei nostri cuori con le stesse modalità già tentate da Call of Duty, facendo leva sul senso di cameratismo militare. Non mi sorprende che, però , quei momenti mi abbiano preso poco, rispetto alla bellezza del momento in cui con un aereo semi-distrutto si sorvola l’olando, difendendosi dagli Stuka Nazisti in arrivo da ogni lato.

Call of Duty - United Offensive

Una missione vi vedrà impegnati in Sicilia a far esplodere un faro delle forze nazional socialiste

Il gameplay di questo sparatutto in prima persona non è molto differente da quello del primo gioco, e la varietà di armi ci ha guadagnato solo poco. Il sistema di puntamento e mira è comunque ben fatto, e non ci sono magagne tecniche che meritano menzione. Anche l’audio del gioco, per lo più composto da effetti sonori e dialogo, è ben fatto. Le musiche intervengono solo di tanto in tanto nell’esperienza, tentando di sottolineare i momenti topici dell’avventura. Spesso, questo è di successo, e nel mio caso, ero sempre felice di sentire tali accenni di musiche, poichè spesso indicavano che un momento chiave stava per giungere, o che il livello stava per finire.

Graficamente, il motore grafico di Call of Duty è stato ammodernato di circa 8/9 mesi, con nuovi effetti fumo e fuoco che si fanno notare in positivo nelle zone di guerra. In generale è anche possibile vedere molte più cose contemporaneamente su schermo, tra soldati che si sparano in una foresta innevata, con carri armati in arrivo da destra e sinistra e aerei che bombardano il tutto dall’alto, i mesi di lavoro in più sul motore grafico si notano.
Il gioco è del 2004, quindi oggi giorno nessuno sbarrerà più gli occhi, ma sarà piacevole notare come anche dieci anni fa, gli standard grafici non fossero poi così malvagi.

Call of Duty - United Offensive

La missione più figa dell’intero gioco vi vede all’interno di un bombardiere, a sparare aerei nazisti con le quattro mitragliette di bordo

Come avrete notato, non parlo del gioco con termini necessariamente positivi; dal punto di vista tecnico, Call of Duty : United Offensive è una solida espansione, che offre nuovi contenuti messi insieme per bene. Ho anche sentito che l’aspetto multiplayer di Call of Duty, con questa espansione, beneficia di nuove mappe e nuove modalità decisamente più interessanti. Personalmente, non le ho provate. Quello che posso dirvi di buono sul gioco è che ha diversi momenti davvero belli, e molti altri decisamente meno ispirati, che sembrano essere gli scarti dell’originale. Un peccato, perchè quando United Offensive si fa interessante, lo è davvero tanto. Va provato? Non so, sinceramente se si potessero scegliere singole missioni del gioco, vi direi di provare solo quelle. Purtroppo, però, dovrete subire l’intero gioco per arrivare a quei pochi (ma buoni!) momenti di vera dignità. Quindi…se siete appassionati della seconda guerra mondiale e di Call of Duty, vi direi di sì. Altrimenti, lasciate perdere.

Voto Personale: 6/10

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