Sono un ragazzo violento, uno stupratore, e un assassino, solo che non lo sapevo

 Proprio così. Guardiamo in faccia la realtà: ho 26 anni e da quando ne ho tre sono passato dal farmi di funghi che mi facevano diventare grande, a investire pedoni in giochi per bambini piccoli con un bollino 18+ grande come una casa. E questo fa di me un criminale.

Naturalmente il titolo di questo post e l’introduzione sono provocatori, e se avete seguito gli avvenimenti recenti saprete già a cosa mi sto riferendo.

Scrittrici ben informate

La giornata di ieri ha visto nuovamente il giornalismo italiano scrivere una brutta, bruttissima pagina. Non scenderò nel populismo becero, dicendo che con una guerra alle porte e una crisi economica Uno Mattina avrebbe potuto parlare di ben altro, perché sono consapevole che esistono diversi colori per la cronaca e chiaramente ognuno ha il diritto di parlare di ciò che vuole, anzi, è giusto ogni tanto parlare anche di videogiochi. Bisogna però farlo con criterio, e purtroppo ciò non si è visto ieri. I fatti. Circa alle 7:30 di ieri, mercoledì 11 febbraio, Uno Mattina ha deciso di affrontare un argomento spinoso: la violenza nei videogiochi. Il presentatore, nonché giornalista, Franco Di Mare ne parla con la scrittrice Dacia Maraini. Apriti cielo. Il copione è sempre lo stesso: “Ho visto che c’è un gioco per bambini piccoli in cui vince chi mette sotto con la macchina più pedoni“; il riferimento è naturalmente al solito Grand Theft Auto, non a caso sullo sfondo vengono inserite diverse sequenze prese dai diversi capitoli della serie. La Maraini ce l’ha anche con i fumetti, ma l’argomento della trasmissione sono i videogiochi e quindi il buon di Mare la ferma immediatamente per dare la parola all’esperto di turno, colui che avrebbe dovuto prendere le parti del medium. Qualsiasi videogiocatore un minimo informato si sarebbe aspettato un Gianluca Loggia, un Davide Tosini, un Andrea Minini Saldini, insomma qualcuno con un po’ di anni di esperienza nel settore dell’editoria videoludica, tutte persone che probabilmente avrebbero accettato di buon grado l’invito a partecipare al contraddittorio.

Un giornalista dovrebbe quantomeno cercare di invitare in trasmissione delle persone competenti. Almeno secondo l’ABC del dibattito serio.

E invece no. La difesa dei videogiochi spetta al diciannovenne Lorenzo Ostuni. Vi starete sicuramente chiedendo chi sia. Ebbene, è sostanzialmente il nome reale dello youtuber Favij. Eh già, un ragazzino che evidentemente non ha alcuna esperienza editoriale, né le basi per sostenere un contraddittorio di questo tipo. A scanso di equivoci, non lo scrivo con intento offensivo verso Favij, ma semplicemente per rimarcare l’inadeguatezza della figura prescelta per difendere un medium che sostanzialmente non conosce, come ha dimostrato durante l’intervento telefonico di cui è stato protagonista. In sostanza si è limitato a vomitare parole a caso senza un filo logico, ma voglio scusarlo perché magari si ritrovava comunque un po’ in soggezione, lo capisco, anch’io nei suoi panni mi sarei sentito a disagio. Il problema è che non ha fatto altro che confermare, direttamente o indirettamente, le tesi campate per aria del giornalista e della scrittrice. E anche quando ha citato il sistema di classificazione PEGI, lo ha fatto in una maniera confusionaria, dando spiegazioni che onestamente dubito le abbia capite lui stesso. Durante la fine dell’intervento, quando la parola passa nuovamente alla Maraini e a Di Mare si sfiora il ridicolo, con il “Grande ladro di auto” (nemmeno la decenza di informarsi sul significato del titolo) paragonato addirittura all’ISIS.

Con tante persone autorevoli tra cui scegliere, la televisione statale (perché ogni tanto va ribadito) ha deciso di invitare l’unico che non avrebbero dovuto chiamare: il qui presente Favij.

Cosa ne penso di tutto questo? Probabilmente quello che pensate anche voi che state leggendo questo piccolo sfogo. Il mio pensiero, però, vorrei rivolgerlo direttamente a Dacia Maraini, anche se so che non leggerà mai le mie parole.

Cara Dacia, innanzitutto mi perdonerai se ti do del tu, dici che ti sta a cuore l’argomento della violenza nei videogiochi e la mercificazione del corpo delle donne all’interno di questi prodotti di intrattenimento. Ti offendi se ti dico che non ci credo neanche un po? Ti spiego perché penso questo: se a me sta cuore un certo argomento, se mi interessa sul serio, faccio di tutto per informarmi. Se la violenza nei videogiochi ti turbasse sul serio non esordiresti dicendo che sei venuta a conoscenza di un gioco per bambini piccolissimi in cui vince chi investe più persone. Se veramente avessi a cuore i bambini piccolissimi sapresti che esiste (spero di spiegarlo meglio di Favij) un sistema di classificazione denominato PEGI (un acronimo che sta per Pan European Game Information) attraverso il quale ogni singolo videogioco sul mercato viene valutato, e dopo questo procedimento gli viene applicato un bollino che descrive l’età minima consigliata per usufruire di quel prodotto. Su tutte le copertine di Grand Theft Auto V c’è un bollino bello grande con su scritto 18. Ora, capisco che può sembrare strano, ma quel 18 non indica i mesi come nei giocattoli per gli infanti, bensì gli anni. Non mi piace ribadire l’ovvio, ma lo farò: se bambini piccolissimi entrano in possesso di una copia di un gioco consigliato a un pubblico maggiorenne di chi è la colpa? Di certo non del gioco, ma di chi effettua l’acquisto. Cara Dacia, e qui concludo, se veramente ti interessasse l’argomento sapresti che non solo non esiste nessuna correlazione tra videogiochi violenti e aumento di violenza nei ragazzi ma, al contrario, esistono studi che affermano l’esatto opposto: negli ultimi anni quindici anni, i comportamenti violenti dei ragazzi sono diminuiti drasticamente, anche se probabilmente non esistono collegamenti tra i fatti. Quindi, mia cara Dacia, di che cosa stiamo parlando?

Guerriere amazzoniche

La seconda questione di cui vorrei parlarvi, di respiro molto più internazionale, riguarda la messa in onda di un episodio di Law & Order SVU (Special Victims Unit), l’ultimo della sedicesima stagione, intitolato “Intimidation Game”. L’episodio, sintetizzando al massimo, narra la storia di una donna a capo di una software house, che viene periodicamente attaccata verbalmente e minacciata per la sua presenza nel campo dei videogiochi, solo perché donna. La protagonista di queste vicende è stata creata basandosi sulle fattezze della celeberrima attivista Anita Sarkeesian (non mancano nemmeno i caratteristici orecchini circolari), salita agli onori della cronaca per essere al centro delle polemiche che vedono contrapposti gli esponenti del GamerGate con i cosiddetti Social Justice Warriors e i siti di informazione videoludica che gli fanno da eco.

Nel calderone hanno inserito anche uno stacco in prima persona, giusto per non farsi mancare nessun cliché.

Ora, non è mia intenzione impelagarmi nella questione, sia perché di questo si è parlato ampiamente su molti altri lidi, sia perché non mi sento di prendere le parti né di una frangia né di un’altra, visto che secondo me hanno torto in egual modo entrambe: chi nel metodo, chi nel merito. Mi preme, però, seguire lo stesso filo logico dell’intervento di Uno Mattina, ossia il modo in cui il mondo dei videogiochi, il nostro mondo, viene raffigurato dalla stampa e dalla televisione generalista.

Tralasciando l’analisi dell’episodio Law & Order, che non merita proprio alcun commento per quanto sia tecnicamente imbarazzante, vorrei porre l’enfasi su come vengono dipinti alcuni videogiocatori, e qui mi collego al titolo e alla premessa di questo post: secondo Law & Order, ma anche secondo la Maraini e Di Mare, noi videogiocatori siamo visti come alieni, fruitori di un medium che non riescono, o forse non voglio, comprendere. E cosa si fa quando non si comprendono certe dinamiche? Nel migliore dei casi le si ignorano. Nel peggiore partono attacchi indiscriminati. Già perché secondo loro siamo tutti dei potenziali stupratori. Siamo tutti dei potenziali assassini. Siamo tutti dei potenziali pirati della strada.

E sapete cos’è la cosa peggiore? Che a furia di ripetere sempre queste cose stanno iniziando a convincere anche qualcuno di noi.

Una Risposta to “Sono un ragazzo violento, uno stupratore, e un assassino, solo che non lo sapevo”


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