The Weakly Hobbyt #78

The Weakly Hobbyt #78

Bentornati a questo nuovo numero del Weakly Hobbyt, che vi arriva con un leggero ritardo accademico dovuto ai soliti rinvii e ritardi che ormai sono arcinoti. In terra crucca il cattivo tempo inizia ad abbondare e ogni raro istante per stare fuori viene sfruttato fino in fondo. Oggi torniamo a parlarvi di Zelda, in particolare facciamo un bel viaggio sull’Isola di Koholint, in appendice trovate il parere di Wise Yuri su The Producers e a fine puntata vi graziamo con un grosso grasso matrimonio greco! =)

The legend of ZELDA – Link’s Awakening
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

The legend of ZELDA - Link's Awakening

Sono sempre più convinto che la nostalgia sia una bestia a due facce. A tratti ci fa elevare momenti, ricordi, o, in questo caso, giochi, ad uno status molto più alto di quello che realmente sono; da “piccoli” tutto sembra più magico, più spettacolare, e quando poi si tornano a rivisitare luoghi, ambientazioni o momenti celebrati da piccoli, tutto è meno magico.
Altre volte la nostalgia ha un effetto diverso, ovvero ciò che è davvero bello di suo, che sia una canzone, un film, o, in questo caso, un gioco, con l’aggiunta del fattore nostalgia/bei ricordi diventa ancora più bello di quello che in realtà è. Capisco che la somiglianza tra questi due casi è tanta, ma c’è una differenza. In entrambi i casi un “qualcosa” viene elevato oltre ciò che realmente è. Ma nel primo, da poco arriva a troppo, e quando se ne fa di nuovo esperienza, si rimane deluso dai propri bei ricordi. Nel secondo, da molto arriva ad ancora di più, in quanto facendone di nuovo esperienza, la si eleva al di là di quello che forse, realmente, è.

Link’s Awakening probabilmente per me ricade nella seconda categoria: è un gioco bello a cui, aggiunte le emozioni della mia infanzia, quando l’ho rigiocato poco tempo fa, non riesco che attribuire un plus valore immenso.

Ne riparliamo più in basso, parliamo del gioco per ora.
Link’s Awakening è il quarto Zelda uscito in ordine cronologico, nonchè primo episodio portatile della saga. La serie, che aveva appena passato con successo la prova della modernizzazione, passando dal suo formato NES a quello Super Nintendo, in pochissimo tempo (2 anni) compie anche la transizione nel campo portatili. Adattare la “nuova” formula al gioco portatile non era di certo un’impresa semplice, ma Takashi Tezuka e Shigeru Miyamoto sono riusciti in questa impresa non di certo facile. A venire in loro soccorso è un sistema di salvataggio che permette al giocatore di salvare in ogni punto della mappa o del dunegon in cui si trova (feature fondamentale, visto che ci troviamo davanti ad un gioco portatile) e la possibilità di assegnare dinamicamente gli oggetti ad entrambi i tasti del GameBoy (e non, come era successo con A Link to the Past, solo un oggetto su due, con la spada sempre fissa).

Link's Awakening

Link, sulle spiagge di Koholint, ha appena recuperato la sua spada!

La storia di Link’s Awakening è probabilmente tra le più belle e particolari della saga Zeldiana. Link è in viaggio via mare, in cerca di nuova conoscenza su come sconfiggere una volta per tutte Ganondorf, che continua a venire resuscitato in un modo o nell’altro. Durante i suoi viaggi però, incappa in una tempesta, e quando la sua imbarcazione viene colpita da un fulmine, Link sviene. Nell’intro lo vediamo sulla spiaggia di un isola su cui troneggia una gigantesca montagna con un Uovo enorme, e osserviamo come una ragazza, che presto conosceremo col nome di Marin, trova Link privo di sensi.
Quando si sveglia, Link è nella casa di Marin, e scopre che si trova sull’isola Koholint, oasi di pace e tranquillità, sulla quale però da qualche tempo hanno iniziato a circolare mostri. Link di questo per ora non sa nulla, e si dirige in spiaggia per recuperare il resto del suo equipaggiamento. In spiaggia però trova solo la sua spada, e incontra un Gufo che gli dice che l’unico modo per proseguire nel suo viaggio e lasciare l’isola è svegliare la divinità chiamata Windfish che dorme nell’uovo in cima alla montagna. Per fare questo, bisogna suonare la sua melodia (Canzone del Windfish) con otto strumenti magici davanti all’uovo stesso, e liberarlo dai suoi incubi. Inutile dire che gli otto strumenti sono nascosti in altrettanti dungeon che Link dovrà esplorare in successione per poi arrivare allo scontro finale con l’incubo della divinità.

La trama sembra banale raccontata così, ma (SPOILERS!) durante le peregrinazioni di Link per Koholint, scopriremo che l’isola stessa altro non è che il risultato del sogno del Windfish, e che mentre Link sta facendo di tutto per scappare da essa e proseguire i suoi viaggi, sta anche distruggendo le vite di tutte le “persone” che vi abitano. Marin, la ragazza che lo ha salvato, inizia inoltre a sviluppare un tenero sentimento d’amore nei confronti di Link stesso, e probabilmente canta il suo desiderio di rimanere con Link alla sua divinità. In molti momenti Link e Marin condividono momenti innocenti ma estremamente romantici (per un gioco della serie Zelda), sempre disturbati poi nel momento clou da qualche espediente, come ad esempio l’apparizione di Tarin, padre di Marin, o del topolino fotografo dell’isola, che cattura alcuni dei loro momenti più dolci su pellicola. Alla fine, il gioco obbliga il giocatore di seguire la strada nella quale Link è costretto a suonare la canzone del Windfish davanti al gigantesco uovo, per liberarlo dai suoi incubi, ma non posso negare che personalmente avrei preferito rimanere sull’isola per sempre, evitando la terribile “semplice scomparsa” di Ulrira, Tarin, Mr. Write, il principe Richard, Madam MeowMeow e soprattutto Marin.

END OF SPOILERS

Link's Awakening

Link in una delle molteplici sessioni a visuale laterale. Notare i Goomba da Super Mario Land!

Il gameplay del gioco, come già detto, somiglia a quello di A Link to the Past, ma adattato alla console portatile maestra di Nintendo. Navighiamo l’isola di Koholint con visuale dall’alto leggermente spostata verso il basso (guardate le immagini per capire), e si passa da una sezione della mappa all’altra ogni volta che si arriva all’estrema sinistra, destra, parte o alta o bassa dello schermo. Ogni zona è quindi perfettamente quadrata (o quasi) e anche gli interni sono gestiti alla stessa maniera, un pò come nel primo Zelda, in cui ogni tassello della mappa esplorabile corrispondeva ad uno schermo del gioco. In A Link to the Past, ricordiamoci, le aree erano separate in maniera molto meno netta, e Link poteva navigare sullo schermo per diversi “metri in game” prima di “cambiare schermata”, per così dire. Considerando però che la qualità grafica è paragonabile ad A Link to the Past (meno la saturazione e ricchezza dei colori, ovviamente), questo limite tecnico è chiaramente accettabile.
Di tanto in tanto nei dungeon Link sarà anche protagonista di sezioni in stile Super Mario Bros./ Adventures of Link, dove lo vedremo sidescrollare da un lato all’altro della caverna, e lo vediamo dover affrontare sezioni di salti e scalate proprio come un provetto Super Mario.

Sezioni di salti, ovviamente, non possono avvenire senza la possibilità di saltare, ed una delle novità introdotte in Link’s Awakening è proprio la Piuma di Roc, un oggetto magico che permette a Link di superare precipizi nella cartina del mondo e di saltare da una piattaforma all’altra nelle sezioni platform 2D. Per il resto gli oggetti tendono a tornare da episodi precedenti della serie, dall’arco alle bombe, dagli stivali di Pegaso all’Ocarina, passando per la bacchetta magica del fuoco e la vanga. Link’s Awakening introduce anche la lente d’ingrandimento magica, che servirà a scoprire alcuni segreti dell’isola, e gli strumenti musicali iniziano ad assumere un ruolo più importante nella vicenda, al punto che Link può imparare diverse canzoni da suonare sulla sua ocarina, ognuna ovviamente con un effetto diverso.

Link's Awakening

La cartina di Koholint! Clickare per ingrandire!

Gli strumenti musicali che servono per risvegliare il Windfish invece sono otto e per quanto non abbiano nessun’altro scopo nel gioco se non quello di venire collezionati, sono quelli più importanti del vostro viaggio.
I dungeon che li contengono sono altrettanti (più quello finale), e per quanto tutti diversi, hanno ovviamente strutture simili, come chiavi per avanzare tra le stanze, una mappa, una bussola che vi segnala se in una stanza ci sono ancora segreti da rivelare, mini-boss che creano un warp-point per permettervi di interrompere lì la giocata e riprendere esattamente da dove avete lasciato (ricordate, è pur sempre un gioco portatile) e un boss finale che poi vi lascia accedere alla stanza in cui è custodito lo strumento magico. Qui sotto ve li descrivo in breve.

  • Tail Cave: primo dungeon dalla difficoltà ridicola, in questo troverete subito la Piuma di Roc. Il dunegon stesso non è tematizzato se non come generico dungeon dalla struttura vagamente caudeiforme. Il boss è un semplice Moldorm.
  • Bottle Grotto: in questo dunegon potrete entrarci solo portando a spasso il BowWow di Madam MeowMeow, che mangia i fiori velenosi che lo antecedono. Una volta perso il BowWow non sarà più possibile entrarvi fino alla possessione della bacchetta del fuoco. Questo livello è strutturato a forma di bottiglia, da cui il nome. L’oggetto del dungeon è il Braccialetto del Potere, un oggetto che non compariva negli Zelda da Hyrule Fantasy! Il boss è una specie di genio nella lampada chiamato semplicemente Genie!
  • Key Cavern: terzo dungeon, a qui si accede solo aiutando l’esiliato principe Richard in una piccola ma simpatica subquest. Il dungeon è strutturato su due livelli, uno rassomigliante ad una chiave e l’altro alla serratura della chiave. Il boss di questo livello è Slime Eyes, un gigantesco occhio da sconfiggere con gli stivali di pegaso, l’oggetto speciale del dungeon che permetterà Link di correre ad alta velocità. Primo dungeon che presenta alcuni enigmi un pò più difficilotti.
  • Angler’s Tunnel: anche prima di entrare in questo dunegon dovrete fare una piccola sub quest su Koholint, in questo caso si tratta di affrontare un mini-boss nello Yarna Desert nel sud-est dell’isola. Questo dungeon è prevalentemente acquatico, e difatti l’oggetto che vi troverete sono le pinne, che vi permetteranno di nuotare attraverso zone acquatiche anche profonde, di andare sott’acqua per brevi istanti e così via. Il boss è proprio l’Angler Fish, ed è il primo dei due boss che si dovranno sconfiggere con visuale dal lato! Il dungeon è piuttosto impegnativo, confermando la tendenza della serie di Zelda di avere dungeon legati all’acqua davvero non facili.
    Link's Awakening

    Così era Link's Awakening su GameBoy normale, bianco e nero e senza colori. Le altre immagini sono della versione DX (da me giocata).

  • Catfish’s Maw: il quinto dungeon semplicemente necessita delle pinne per accedervi! Il suo tema, per quanto possa sembrare acquatico, invece è semplicemente un complesso di caverna sott’acqua, ma che di acquoso hanno poco. E’ il primo dungeon che presenta due mini-boss, il primo da sconfiggere per ottenere l’oggetto del dungeon, il rampino, il secondo per piazzare il solito warp-point nel dungeon. La difficoltà si eleva nonpoco, anche per il continuo backtracking che dovrete fare al suo interno in cerca del primo mini-boss, che dopo un paio di colpi si teleporta in una nuova stanza.
  • Face Shrine: questo dunegon rassomiglia vagamente ad una faccia e ha come boss finale proprio una stanza che ha un viso. E’ un dungeon davvero complesso e labirintico e uscirne fuori senza perdere neanche una vita sarà ostico. Al suo interno troverete il braccialetto del potere di livello 2, che permetterà a Link di sollevare oggetti ancora più pesanti, anche statue giganti. La musica di questo dungeon è particolarmente accattivante, secondo me!
  • Eagle’s Tower: il settimo dungeon è forse uno dei più complessi nella storia di Zelda fino a quel punto. Arrivarci richiede non poco ingegno con l’ausilio di un cucco morto (già) e una torre rotante, una volta al suo interno il vostro compito principale sarà quello di rendere accessibile il quarto piano della torre dell’aquila. Il mini-boss di questo livello è il Grim Creeper, una piccola figura della morte che vi combatterà in maniera indiretta mandandovi incontro i suoi minion. Il boss finale è l’acquila malvagia da cui la torre prende il nome, sempre convocata dal Grim Creeper. Nel dungeon è nascosto lo scudo a specchio, non davvero necessario in questo livello.
  • Turtle Rock: un ritorno da A Link to the Past, fedele al suo nome, questo labirinto assomiglia da fuori e da dentro a una gigantesca tartaruga. E’ l’ultimo dungeon del gioco e anche il più ifficile da attraversare, pieno e com’è di pozzi di lava e stanze piene di ghiaccio. Al suo interno Link incontrerà diversi mini-boss che tornano da precedenti livelli, troveremo l’arma magica per eccellenza (la bacchetta magica del fuoco) e anche l’ultimo oggetto per risvegliare il Windfish. Inutile dire che il labirinto è davvero incredibilmente complesso, con gli enigmi più difficili del gioco e con stanze piene di trappole davvero insidiose.
Link's Awakening

Un bellissimo artwork del gioco, in cui vediamo Marin trovare Link sulla spiaggia!

Una volta superati questi otto dungeon, vi toccherà svegliare il Windfish, e all’interno dell’uovo del Windfish ci sarà un ultimo breve labirnto che poi vi porterà dal nemico finale. Questo è particolarmente ostico, probabilmente uno dei nemici finali più difficili da battere dell’intera serie.

Come già detto, tra spoilers, il finale del gioco è molto particolare e a dipendenza di che tipo di persona siete, avrete una diversa impressione dello stesso. In ogni caso, l’esperienza che avrete vissuta fino ad arrivarvi, sarà molto particolare e decisamente meritevole del vostro tempo.

Il gioco è davvero un’esperienza ricca; oltre ai dungeon descrittivi, ci sono diverse subquest necessarie o meno per arrivare alla fine del gioco. Come in A Link to the Past, ci sono diversi frammenti di cuore disseminati per il mondo, una volta raccolti i quali arriverete al massimo di 14 cuori disponibili nel gioco. Molti di questi frammenti di cuore sono accompagnati da subquest decisamente carine, una delle quali, questa davvero malinconica e drammaticamente dolce, coinvolge un fantasma e la ricerca della sua casa. Inoltre sull’isola ci sono molte “conciglie magiche” da trovare, che una volta scovate vi daranno accesso alla Spada di livello due, una lama magica in grado di sparare laser se siete a vita piena proprio come la spada di Hyrule Fantasy o la spada di terzo livello di A Link to the Past. Ulteriormente, se siete in possesso o state giocando la versione DX (quindi a colori per GameBoy Color) del gioco, avrete accesso ad un altro labirinto ancora, alla fine del quale potrete scegliere una tunica aggiuntiva che Link può indossare: rossa per aumentare la forza offensiva, azzurra per subire meno danni. Ogni volta che fate il dungeon potete cambiarla, sconfiggendo il boss di fine dungeon. Questo dungeon non è particolarmente lungo, nè troppo impegnativo, quindi nessun vero ostacolo.
Altra cosa aggiunta nella versione Dx è una foto gallery! Un topo fotografo segue Link durante le sue avventure e farà foto durante la sua avventura in alcuni momenti chiave del gioco (col BowWow, con Marin, etc.) e se attaccate il GameBoy Printer è possibile stampare quelle foto. In alternativa, potrete sempre guardarvele per bene sull’albo fotografico contenuto in-game!

Una cosa che compare per la prima volta nella serie Zelda in questo gioco è il minigioco dei baratti. In pratica nel gioco è possibile ottenere un oggetto particolare che a sua volta, se posseduto, scatenerà in un personaggio la voglia di scambiarlo in cambio di un secondo ogggetto, che poi sarà voluto da un ulteriore personaggio in cambio di un terzo oggetto, e così via. Link dovrà fare da “postino” per diverse persone per poi alla fine ottenere un oggetto particolare che, seppure non necessario per procedere nel gioco, rende la vita al giocatore molto più semplice. Questa sequenza di scambi è davvero accattivante e implementata a meraviglia in Link’s Awakening, rendendo l’esperienza di gioco ancora più immersiva.

Link's Awakening

L'Uovo del Windfish, la divinità che Link deve svegliare per tornare a Hyrule!

Da un punto di vista tecnico, Link’s Awakening stupisce e sorprende. Per quanto ci troviamo ovviamente di fronte ai “soliti” rumorini per GameBoy/Color, i composer hanno fatto un OTTIMO lavoro nel rendere le melodie che ci accompagnano particolarmente interessanti. Per la prima volta, ogni labirinto/dungeon in cui Link si avventura ha il proprio tema personale (in A Link to the Past ce n’erano solo due, uno per dungeon nel Light World, uno per quelli nel Dark World) e anche le diverse zone del mondo hanno i propri motivetti. Questi sono tutti molto orecchiabili e caratteristici, e vi stupirete di tanto in tanto fischiettare il tema del Mabe Village (il villaggio in cui vivono Marin, Tarin e soci), delle Tal Tal Mountains (su cui sta poggiato l’uovo del Windfish) e delle Ukuku Praeries (le steppe principali e centrali dell’isola). Solo per citarne alcuni.
Gli effetti sonori sono più semplici e “rudimentali”, ma di fronte alla bellezza di certe melodie, si può chiudere assolutamente un occhio, considerando anche che si tratta di un gioco per GameBoy/Color.

Dal punto di vista grafico, come avrete visto dalle immagini qui intorno, ci troviamo su buoni livelli. Certo, A Link to the Past è su un altro pianeta, ma di nuovo, ci troviamo di fronte ad un gioco per GameBoy, e grafiche un pò meno colorate e un pò più squadrate sono un buon prezzo da pagare quando ci si ritrova davanti ad un capolavoro come questo. In particolare la caratterizzazione dei personaggi e dell’isola ha dell’incredibile. Come già detto, il personaggio di Marin è di una dolcezza incredibile, senza ombra di dubbio uno dei più dolci della serie (considerati gli episodi da me giocati, e qui recensiti), ma anche gli altri non sono da meno. A partire dal principe Richard in esilio (che è dovuto fuggire dal suo castello, e ne rivuole le cinque foglie d’oro), per passare per il timidissimo Ulrira (sempre disponibile ad aiutarvi via telefono però!), per Mr. Write e Madam MeowMeow (e il suo simpatico BowWow) fino ad arrivare agli strani “amichetti” dell’Animal Village, ogni personaggio ha la sua particolarità, alcuni addirittura in grado di spezzare il quarto muro e parlare direttamente col giocatore.
I luoghi poi sono altrettanto stupendi. Koholint è strutturata in maniera simile a Hyrule, con i suoi villaggi, il castello di Richard al centro, le montagne al nord e una foresta a ovest, ma al contempo ha i suoi punti originali, come una parte a nord-est dove è possibile affittare una zattera e farsi un giro per le rapide, o un deserto a sud-est, la baia della sirena Martha a sud e così via. I luoghi sono davvero uno più bello dell’altro e citarli qui ad uno ad uno sarebbe un pò come uno spoiler, quindi se non li avete ancora visitati, godeteveli. Hyrule di A Link to the Past era bella, ma secondo me Koholint è più varia e più piena e per quanto più difficile da navigare, secondo me il più bello dei due mondi.

Link's Awakening

La prima foto che il topolino fotografa sarà proprio questa (o una MOLTO simile). Ce ne sono 12+1 in totale da collezionare!

In ultima analisi, con Link’s Awakening Tezuka, Yoshiaki Koizumi (il responsabile della storia di Link’s Awakening) e Miyamoto ci regalano un capolavoro di Action Adventure, un gioco che sicuramente, Zelda-fan o meno, merita di stare nelle collezioni di ogni gamer che si rispetti. L’atmosfera leggermente onirica del titolo è perfetta, i dungeon sono molti e tutti ben bilanciati, l’overworld (per quanto non duplice come in A Link to the Past) è davvero ben strutturato, i luoghi sono tutti particolari e i personaggi incredibilmente carismatici.
Spero di avere scritto tutto ciò che avevo in mente, male che va ne torniamo a parlare prima o poi!
Intanto giocatelo a tutti i costi!

Voto Personale: 9,5/10

Per favore, non toccate le vecchiette (davvero, non fatelo).

(A cura di Wise Yuri)

Adoro Mel Brooks, e perciò mi sembra quasi paradossale non aver mai visto il suo The Producers, meglio conosciuto qui da noi come Per favore, non toccate le vecchiette (secondo la stessa logica tutta italiana di chiamare Blazing Saddles, altro suo film, Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco ), e solo per questo mi dovrei ricoprire di pece e piume e darmi fuoco, ma ho preferito pentirmi vedendo il film e scriverci questa recensione. 😉

The Producers è il primo film di Mel Brooks (e per la cronaca, non parliamo del musical che Brooks ne ricavò, sempre titolato The Producers, nè dell’omonimo The Producers del 2005, che è un remake filmico del sopraccitato musical), e che ci crediate o no, rischiava anche di non uscire, indi grazie mille Sellers per aver alzato un pollicione di consenso ed aver permesso a questo film di uscire nei cinema.

Gene Wilder che come un camaleonte passa da “bianco caucasico” a “rosso peperone”.

Di cosa parla? Beh, parla di Max Bialystock (interpretato da Zero Mostel), un tempo un grande produttore teatrale di Brodway, ora un patetico ciccione rileccato in vestaglia che seduce arzille cariatidi con lo scopo di farsi dare da esse i soldi per produrre i suoi spettacoli. A cambiare questa sua routine umiliante arriva il timido e nevrotico contabile Leo Bloom (interpretato da Gene Wilder), che nota nei libri contabili di Max un buco di 2000 dollari, e mentre cerca di “far tornare” i conti (impietosito da Max che arriva a baciargli le mani per farsi tappare questo buco di 2000 dollari), nota come teoricamente un produttore disonesto potrebbe ricavare molto di più da un fiasco clamoroso che da un successone.

Come? Beh, se il produttore riceve molti soldi per lo spettacolo, e di questi soldi ne impiega all’atto pratico pochi, se l’opera si rivela un flop da manuale il denaro da rendere ai finanziatori è ben poco, ed il produttore può intascarsi il resto. Certo, è una frode e si rischia la prigione, ma Max capisce che è un idea geniale e convince Leo ad aiutarlo, e Leo, sentendosi libero, disposto a rischiare per fare una vita meno noiosa, e per una volta contento, acconsente. Il piano è semplice: trovare il peggior copione di sempre, la più immonda schifezza possibile, mettere in scena il più grosso flop teatrale di sempre, e ritirarsi dal teatro con la coda tra le gambe ed un bel pò di soldi in tasca. Raccimolato un milione da Max con il solito “metodo delle vecchiette” si mettono a cercare sto “peggior copione di sempre”, e dopo una lunga ricerca lo trovano in Springtime for Hitler: A Gay Romp (tradotto in Primavera per Hitler), un opera scritta dal fervente reduce nazista Franz Liebkind (interpretato da Kenneth Mars) con l’intento di mostrare (secondo lui) il vero volto del suo amato fuhrer. Per andare sul sicuro, affidano l’adattamento al regista più brocco disponibile sulla piazza, le cui rappresentazioni non durano più di un giorno nei teatri. Tutto perfetto, tutto calcolato per creare il peggior spettacolo teatrale di sempre, sia per qualità che per incassi. Ma il destino è beffardo, ed il regista incaricato dell’adattamento del copione stravolge completamente l’opera di Franz, trasformandola in una ilare commedia satirica sul nazismo che fa un botto al botteghino. E paradossalmente, con il successo arrivano i guai per Max e Leo.

“Amici piccioni, l’ora è giunta, riabiliteremo la figura del nostro amato fuhrer!”

Dire che il film è esilarante sarebbe sminuire quella che è una delle migliori commedie americane di sempre (l’American Film Institute l’ha inserito all’11° posto nella loro classifica delle 100 migliori commedie americane, non male direi), ma queste cose le potete leggere scritte anche su Wikipedia, quindi vi spiegherò perchè questa è decisamente una grandissima commedia senza tempo. Partiamo dal cast: abbiamo un superlativo Gene Wilder, che è capace dalla sua espressione normale di tipo buono, docile, quasi infantile, a quella frantica di un pazzo invasato e stranulato (non a caso farà la parte del bizzarro Willy Wonka, con i suoi continui cambi repentini di umore e tono di voce, nella versione originale de La Fabbrica di Cioccolato, quella del 1972), un eccellente Zero Mostel, con il suo modo di fare sornione, teatrale, e con il suo largo faccione di bronzo che sorride, e Kenneth Mars nei panni del reduce nazista che alleva piccioni, va in giro in frac ed elmetto, e che parla con un accento tedesco talmente esagerato da risultare esilarante (continuerà a lavorare con Brooks, infatti è Mars l’ispettore di polizia di Frankenstein Junior, quello con il braccio finto che si aggiusta di continuo in maniera meccanica, e sempre con un accento assurdo). Poi abbiamo il “regista” Roger De Bris, che decide di ricevere i clienti in pelliccia, make up e decolletè, il classico drag queen, ma fatto benissimo, ed a rinforzare la dose abbiamo il personaggio che intrepreterà l'”Hitler canterino”, che è un hippie con orecchini da donna, modi effeminati e stivali da cowboys. XD Ottimo cast in generale, e divertenti anche i personaggi minori, come le vecchine assatanate di attenzioni.

La premessa è originale ed accattivante, e la comicità è quella tipica di Brooks, con un unione pressochè perfetta di comicità sottile (spesso anche nera) e comicità assurda, spontanea e geniale in quanto non perde un colpo dall’inizio alla fine del film. É uno di quei film di cui puoi vedere una parte senza contesto (senza aver visto il film intero prima), e farti grasse risate comunque. Gli esempi e le citazioni possibili sono infinite, per dirne qualcuna in ordine casuale: le crisi nevrotiche di Leo verso l’inizio, l’audizione per il ruolo di Hitler (con fuhrer in costume, fuhrer danzanti, e fuhrer canterini XD), la scena in cui leggono copioni su copioni per trovare la peggior opera di sempre “No, dannazione, anche questo ha qualcosa su cui si può lavorare!” , oppure il momento in cui la platea disgustata sta per andarsene dalla sala, vede una scena in cui Hitler ed Eva litigano come in un sit com e dice sorpresa “cavolo, ma allora è da ridere!” e contenta si rimette a sedere. XD

L’audizione degli Hitler, pura follia “Brooksiana”, con hitler danzanti, tizi improbabili a cui non riesce manco fare il saluto nazista, e baffetti troppo posticci. XD

come da tradizione “Mel Brooksiana”, il film ha degli spezzoni stile musical (la rappresentazione dell’opera, Springtime For Hitler, appunto) e sebbene non mi piacciano molto le parti musical (od i musical in generale), quelli dei film di Mel Brooks mi sono sempre piaciuti e gli ho sempre trovati divertenti (come quando in Frankenstein Junior Victor ed la creatura fanno “Puttin On the Ritz” in tenuta da scena).

Altro da aggiungere? Ben poco, il film è davvero una commediona che ti diverte la prima volta e allo stesso modo, se non di più, ogni volta che la riguardi, con un cast che fa faville, una premessa divertente ed originale. Ne ho parlato perchè sebbene Brooks sia un regista famoso ed amato, non mi sembrava che molti conoscessero questo film, un peccato perchè è “100 % qualità Brooks” ed andrebbe citato più volte per farlo scoprire, o riscoprire. L’unico difetto è che se non vi piace lo stile di Brooks, non vi piacerà di sicuro questo film, ma oltre i gusti personali c’è obiettivamente una commedia meritevole e fatta con cura certosina. Ottimo il doppiaggio italiano.

Vi lascio, appropriatamente, con il video musicale della canzone To Be Or Not To Be (conosciuto meglio come l’Hitler Rap), tratta dall’omonimo film (diretto da Alan Johnson, che aveva già lavorato su molti film di Brooks, il quale in questo caso produce e recita), che lo sforzo sia con voi! 😉

My Big Fat Greek Wedding
(A Cura di Celebandùne Gwathelen)

My Big Fat Greek Wedding

Consigliatomi da ormai troppe persone nel corso degli scorsi mesi, ho dedicato una serata della mia estate alla visione di uno dei film d’amore meno complicati che io abbia mai visto! =)
La storia parla di Toula Portokalos, figlia di una coppia di greci che vivono in America, che non sta realizzando il sogno del padre di trovarsi un marito greco, fare bambini greci e preparare da mangiare per il resto della sua vita. Invece, Toula lavora da anni nel ristorante di famiglia, Dancing Zorbas, e vegeta nella sua vita priva di uomini o lavoro che la soddisfi fino a vedere, un giorno, un insegnante dell’università, tale Ian Miller, che le fa tornare voglia di vivere. Prende a frequentare i corsi universitari di informatica e inizia a lavorare nell’azienda turistica della zia, dove dopo “flirt a distanza” finalmente riesce a conoscere Ian.

Toula

Ecco i genitori di Toula; Costas è un greco convinto fin nel midollo!

I due iniziano ad uscire, si innamorano e in poco tempo vogliono sposarsi, ma è in quel momento che Ian deve affrontare la famiglia greca di Toula che è totalmente diversa da tutto ciò a cui Ian era fino a quel momento abituato. Per non parlare del momento in cui vuole introdurre a Toula i suoi genitori, calmi e tranquilli americani, che quando entrano nella famiglia caotica e mediterranea della ellenica hanno lo shock più grande della loro vita! Il padre di Toula poi, Costas, non è per niente soddisfatto di Ian come genero, e il giovane deve battezzarsi nella chiesa ortodossa greca e iniziando a imparare il greco prima di ricevere un pò di rispetto da lui.
A fine film però i due riescono nel loro matrimonio e ricevono infine anche la benedizione del padre per il loro futuro insieme e, come si suol dire, tutto è bene ciò che finisce bene.

La visione del film è stata molto piacevole, accompagnata nel mio caso da una buona insalata di pomodori alla greca! =)
Più che la storia stessa, una normale storia d’amore tra due persone con background culturali molto diversi, sono i personaggi a fare il film memorabile! In primo luogo c’è Costas stesso, che è così orgoglioso delle sue origini che vuole far derivare tutto dalla grecia, ogni tipo di parola e cultura, e cerca di spiegare le etimologie dei nomi anche stranieri (come kimono o il cognome Miller) in base ad antiche parole greche. E’ uno stereotipo, certo, ma incredibilmente buffo e ben riuscito!
Altro “personaggio” incredibilmente ben riuscito è il resto della famiglia di Toula, dalla mamma grassa e scaltra, alla cugina super-flirtosa, al restante pacco greco con tanto di cugini, zie, zii e parenti alla lontana che tutti non vedono l’ora di incontrare Ian, di mangiare insieme, di festeggiare e fare casini e bordelli. Chiunque di voi ha ancora nonni o parenti in vecchio stile italiano, sa benissimo cosa intendo! 😉 E chi non ne ha, che si veda sto film per intendere! =)
Infine Toula e Ian sono anche loro due personaggi interessanti, anche se inaspetattatmente meno “particolari” come lo si aspettava e incredibilmente poco complicati; tra di loro le cose vanno subito lisce come l’olio, come se fosse destino, cosa che “dimostra” come due vite diverse e che vengono da background totalmente diversi possano comunque andare d’accordo se di carattere si riesce a entrare in sintonia.

La famiglia Portokalos

Ian e Toula presto sono sperdutamente innamorati!

Tutto il film è fatto in maniera molto curata; il pacing della storia è gradevole, la pellicola non prova ad espandersi più di quanto non sia necessario, racconta i suoi fatti e poi si conclude senza drammaticarsi troppo. A volte le meccaniche possono sembrare un pò “sempliciotte”, soprattutto quando la vita reale di problemi in una storia d’amore te ne butta contro di ogni tipo, ma a parte che il focus del film non era quello ma l’integrazione “sociale” di una persona nel mondo dell’altra, il film risulta comunque molto godibile e alla fine averlo visto ne varrà la pena.

Non mi ritengo un fan di film romantici, ma questo devo dire che mi ha colpito non poco. Decisamente da vedere per chi di voi non lo ha ancora visto!

Voto Personale: 8/10

E con questo anche questa settimana ci salutiamo, ci vediamo la prossima con articoli ancora non meglio definiti! 😉 Divertitevi, fate i bravi e a presto!

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